Venezuela, tutti i nemici di Nicolas Maduro

Venezuela, tutti i nemici di Nicolas Maduro

A metà febbraio il Gruppo di Lima, costituito l’8 agosto 2017 nel tentativo di monitorare la crisi in Venezuela, ha affermato che Nicolàs Maduro non sarà il benvenuto qualora dovesse presentarsi alla riunione di capi di stato in programma ad aprile nella capitale del Perù. Il gruppo insiste nel chiedere subito che l’erede di Chavez apra un canale umanitario per permettere l’ingresso di medicinali, viveri, specialisti medici e stabilire un impianto logistico di volontari per aiutare le popolazioni in crisi. Inoltre, chiede un immediato cambio della data delle presidenziali venezuelane, che Maduro ha anticipato a sorpresa non permettendo l’iscrizione a molti partiti di opposizione e agendo sostanzialmente contro la legge, dato che è prevista una concertazione con i rappresentanti dell’opposizione.

In Venezuela si andrà alle urne il 20 maggio, una data che per molti aspetti i venezuelani e, forse, il resto del mondo ricorderanno. Due mondi, due culture economiche, due modi di intendere e volere la politica, l’economia e il prossimo decorso storico in America Latina, si affronteranno quel giorno. Da un lato il regime dell’attuale presidente del Venezuela, dall’altra i poteri conservatori interni ed esterni, un’élite nazionale e internazionale di aspiranti a un cambio di poltrone a Palazzo Miraflores. Possiamo già identificare un primo elemento a sfavore per il presidente uscente; la sua azione governativa e la sua politica economica sono state sostanzialmente sconfitte dal crollo del prezzo dei prodotti energetici e dall’incapacità sia nella ristrutturazione del settore petrolifero che nella diversificazione dell’economia di Stato, fattori che stanno rendendo la vita difficile a tutta l’economia del continente.

 

Tillerson visita gli alleati del Continente

Un altro elemento rilevante è il fatto che in questi giorni si avvia a conclusione il tour tra gli alleati del Sud America di Rex Tillerson, segretario di Stato degli Stati Uniti, che ha fatto visita ai suoi alleati politici strategici quali i capi di stato di Messico, Perù, Colombia, Argentina e Giamaica. Tra gli interessi di Tillerson c’è, ovviamente, spazio anche per il Venezuela: rendere nulle, o comunque non legali, le elezioni venezuelane; sondare il parere degli alleati locali sulla possibilità sempre più concreta di procedere a un embargo petrolifero contro il Venezuela, voluto fortemente dal presidente Trump. Contestualmente si cercherà di ridurre il disagio e le problematiche che tale embargo potrebbe cagionare al già martoriato popolo venezuelano, con l’ausilio sempre più presente della Colombia, vicino del Venezuela, che per voce del suo presidente Santos ha invocato una politica di certezze, rigore, serietà, invitando Maduro a lasciare il Paese finché è in tempo. Lo stesso Santos, durante la visita in Colombia di Tillerson, ha attaccato il presidente venezuelano definendolo un dittatore e chiedendogli di non utilizzare le tensioni con la Colombia per nascondere il disastro del socialismo in Venezuela.

Ma c’è chi, come il senatore americano Marco Rubio, con toni più duri da Washington, ha invitato i militari venezuelani a compiere un golpe con l’appoggio e il plauso da parte della Casa Bianca. Almagro, segretario della OAS (Organizzazione degli Stati Americani, ndr) ha risposto dicendo che l’uscita di scena del governo di Maduro sarà un successo democratico. C’è poi chi ha invitato direttamente Maduro a trasferirsi a Cuba.

Alla luce di tutto ciò si può ormai affermare che la schiera di coloro che desiderano il presidente chavista fuori dai giochi sia divenuta maggioranza, ritrovata grazie a un cambio nell’orientamento politico dell’attuale élite presidenziale latinoamericana. Infatti, Argentina, Perù, Messico, Cile, Brasile, Panama, Nicaragua, Belize, Giamaica e gli Stati minori dei Caraibi, tendenzialmente appoggiano la risoluzione USA anche se cercano di mitigarne le conseguenze e l’impatto sulla popolazione venezuelana. Anche l’Europa, rea di ritardi sul da farsi, attua sanzioni contro Maduro e il resto dell’establishment governativo venezuelano. Insomma, qualcosa sta cambiando, nella percezione politica del Venezuela chavista di oggi.

 

La diaspora venezuelana

Il Venezuela è allo stremo, ogni giorno oltre trentamila sono i venezuelani che varcano i confini con la Colombia, numero già salito a oltre quarantamila nelle ultime ore. La Colombia, se da un lato accoglie, dall’altro ha introdotto un più rigido controllo dei passaporti e dei visti per permettere o meno l’ingresso di venezuelani, obbligando tutti quelli che entrano a mettersi in regola. Il governo colombiano ha inoltre chiesto di stanziare oltre 60 miliardi di dollari per una sorta di “Piano Marshall” che potrebbe scattare una volta terminato l’embargo petrolifero e dopo la caduta di Maduro. Attualmente sono residenti legali in Colombia oltre 550.000 venezuelani, ma il totale – includendo i cosiddetti “los sin papeles” – arriva a oltre un milione e mezzo. Anche il Brasile, confinante con la Guyana e il Venezuela, inizia a chiudere le sue frontiere. Ormai i voli che partono da Caracas verso qualche destinazione limitrofa al Venezuela sono pochissimi, il rischio è che nei prossimi mesi non ci siano più voli, scenario che si concretizzerà in caso di embargo petrolifero. Con la richiesta di elezioni anticipate, l’esodo di massa si sta acutizzando ora per ora. Sembra che, prima delle elezioni, oltre il 15% degli oltre 31,5 milioni di venezuelani saranno espatriati. Si tratterebbe di una diaspora venezuelana senza precedenti, e che già adesso sta ponendo un’enorme pressione sull’intero continente.

 

Cina e Russia si defilano

In questo scenario a sorpresa sembrano smarcarsi momentaneamente Russia e Cina che, pur non ammettendolo pubblicamente, credono sempre meno nella salvezza del governo di Maduro. La Cina denuncia la PDVSA (Petróleos de Venezuela, la compagnia energetica di Stato venezuelana, ndr) per insolvenza e incapacità di onorare i debiti contratti.

 

I problemi con ExxonMobil

Il graduale isolamento da parte di Pechino non fa che peggiorare la situazione del Paese, sotto embargo per il mancato rispetto di tutti i trattati internazionali, da quelli economici a quelli sui diritti umani e sulla libertà di parola (ora negata anche in chiesa). Con la sua politica di aggressione alla proprietà privata (ha l’Indice IPRI – International Property Rights Index – più basso al mondo) e con la sua testardaggine a non voler onorare i debiti contratti con i partner privati, si è macchiato negli anni di espropri a danno delle compagnie di estrazione petrolifere straniere. Il danno miliardario più grande è quello arrecato all’americana ExxonMobil, di cui Rex Tillerson è stato amministratore delegato, che più di una volta ha ottenuto promesse di risarcimenti a seguito della nazionalizzazione dell’industria petrolifera da parte di Chavez, senza però aver ottenuto alcunché fino ad oggi. In questi giorni la compagnia americana sta effettuando delle esplorazioni nello Stato della Guyana. Ha già scoperto dei giacimenti e presto inizierà le perforazioni nonostante il timore di un’escalation violenta e armata lungo il confine con il Venezuela.

 

Il rischio di una “bomba geopolitica”

Sul piede di guerra anche le case farmaceutiche che vantano molti mancati pagamenti da parte del governo venezuelano. In segno di ritorsione, tutte le società hanno smesso di far arrivare i loro prodotti nel Paese. Fame, malnutrizione, malattie, violenze, saccheggi, polarizzazione nella politica e stanchezza mista a depressione nella popolazione stanno creando le basi per una bomba geopolitica.

di Ivan Memmolo – Il Caffè Geopolitico 

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