Venezuela, dalla fuga di notizie alla fuga dalla notizia

Venezuela, dalla fuga di notizie alla fuga dalla notizia

È la stampa bellezza, la stampa quella seria, e tu non ci puoi far niente, si potrebbe dire parafrasando la celebre battuta di Ed Hutcheson-Humphrey Bogart alla fine del film L’ultima minaccia. Con un articolo e un video pubblicati il 10 marzo il New York Times smentisce che sia stato Maduro il 23 febbraio a far bruciare i camion con gli aiuti americani sul ponte di Cucuta tra Colombia e Venezuela, come ha affermato Washington. In realtà sono state le molotov lanciate dagli oppositori a provocare l’incendio, probabilmente in maniera accidentale, mentre tentavano di lanciarle contro forze di sicurezza venezuelane.

Le immagini e la ricostruzione degli eventi lo attestano con chiarezza. Non solo, il quotidiano americano smentisce anche – dopo avere controllato la lista di Usaid, l’agenzia di cooperazione americana – che si trattasse di un carico di medicinali: erano scatole di sapone e dentifricio, guanti e mascherine sanitarie.
Ma non importa. Sui media è passata la notizia che il presidente venezuelano, certamente non un genio, è un dittatore feroce e disumano che priva il suo popolo delle medicine.

Si è messa di mezzo anche la Casa bianca, che ormai mente sistematicamente non solo con Trump – lo psycho-presidente descritto da Tommaso di Francesco sul manifesto – ma anche attraverso il suo ventriloquo, il vice Mike Pence. Pence allora aveva dichiarato che «mentre Maduro danzava a Caracas i suoi scherani bruciavano cibo e medicine». Dichiarazioni corredate da un video del dipartimento di Stato, diffuso a tutte le tv internazionali, che accusa Maduro. Il beneficio del dubbio ormai viene accordato dagli Usa solo al dittatore nordcoreano con l’atomica.

Poi si è aggiunto anche il capo della sicurezza nazionale John Bolton, quello che da anni vuole fare la guerra all’Iran. Il tutto avallato dalla presidenza e dalle autorità colombiane che a loro volta hanno diffuso dei video dove però erano state tagliate le sequenze che consentivano di comprendere la reale evoluzione degli eventi.

Tutti i media si sono bevuti questa «solida» narrativa costruita dalla Casa bianca e confortata dalle «testimonianze» locali che aveva lo scopo di descrivere Maduro come il tiranno di un regime autoritario e impietoso. Ma al di là dell’opinione che si può avere del presidente venezuelano, l’aspetto impressionante sottolineato dal New York Times è la facilità con cui viene manipolata l’informazione e quindi anche l’opinione pubblica.

Un tempo, non così lontano, per verificare una notizia era necessario andare sul posto. Nel 2011 in Libia ho verificato che il lavoro da inviato era diventato davvero difficile anche davanti all’evidenza. Prima ci furono le famose fosse comuni sulla spiaggia, che non erano vere. Poi venne la storia dei mercenari di Gheddafi. Ad Agedabia in Cirenaica, aiutato da un esperto, rivoltai personalmente 22 cadaveri colpiti dai Cruise americani per controllare la nazionalità dei soldati di Gheddafi uccisi: non ce ne era uno che non fosse libico. Ma in quel momento «bisognava» dire che il regime si sosteneva sui mercenari e che i missili e le bombe occidentali, tra cui le nostre, non uccidevano dei libici ma degli stranieri prezzolati. Il pezzo fu pubblicato in taglio basso e le foto restarono in archivio.

Del resto la nostra epoca di destabilizzazione si era inaugurata nel 2003 con le armi di distruzione di massa di Saddam Hussein, che non furono mai trovate. Se Steven Shrimps, compagno di scorribande mediorientali, fosse ancora qui, leggerebbe queste note con ironia e mi direbbe che in fondo il nostro mestiere ormai è quello dell’arte della fuga dalla «notizia».

Articolo pubblicato su IlManifesto.it

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