“Tutto cominciò a Nairobi”, vent’anni di terrorismo in Africa

“Tutto cominciò a Nairobi”, vent’anni di terrorismo in Africa

In L’uomo a una dimensione, saggio-manifesto della Scuola di Francorte, Herbert Marcuse si scagliava contro il potere occulto delle abbreviazioni. «NATO, SEATO, ONU, AFL-CIO, AEC, m anche USSE, DDR […] Ci si potrebbe […] avventurare a scorgere in alcune di esse un’“astuzia della ragione”: l’abbreviazione può servire ad eliminare domande non gradite».

A molti sembrerà impercettibile, ma c’è un nesso tra questa critica data in pasto alle masse studentesche a ridosso del Sessantotto dal filoso e sociologo berlinese e il lavoro fatto dietro, dentro e oltre le sigle da Marco Cochi nel suo libro Tutto cominciò a Nairobi. Come Al Qaeda è diventata la più potente rete jihadista dell’Africa (Castelvecchi). Un saggio sulla storia del terrorismo in Africa. Un ventennio, quello tra il 1998 e il 2018, segnato dalla cieca violenza jihadista, dalle inutili missioni di peacekeeping dell’ONU, dagli interessi delle vecchie e nuove potenze coloniali, dal fondamentalismo islamico e dall’integralismo energetico.

La data in cui «tutto cominciò a Nairobi» è il 7 agosto del 1998, giorno in cui Osama Bin Laden assestò un durissimo colpo all’America colpendo le sue ambasciate di Nairobi e Dar es Salaam e causando 213 morti e oltre quattromila feriti. Il punto d’arrivo, invece, è difficile da scorgere all’orizzonte. Perché l’Africa, nonostante sia ormai un argomento marcato sempre più a vista dal mainstream mediatico, rimane per l’Occidente un continente ancora tutto da esplorare.

Di fronte all’obiettiva impossibilità di tenere insieme tutta questa mole di fatti, Marco Cochi ha fatto quello che riesce sempre meno bene al giornalismo odierno, “ostaggio” della velocità del web e della carenza di risorse da investire in tempo, professionalità, ricerca. L’autore ha messo insieme documenti, numeri e rapporti raccolti in oltre 15 anni di lavoro da giornalista e ricercatore sull’Africa. E, soprattutto, è andato oltre le sigle, ponendosi quelle «domande non gradite» di cui parlava Marcuse e che oggi, in Africa, sono coperte non solo dagli altisonanti acronimi che accompagnano missioni di pace e accordi economici, ma vengono mascherate e deviate anche dal linguaggio e dal modo di comunicare delle organizzazioni terroristiche.

Il caso più emblematico degli ultimi anni rimanda all’acronimo GSIM (Jama’ah Nusrat al-Islam wal-Muslimin, ovvero Gruppo per il sostegno all’Islam e ai musulmani), la più recente evoluzione della rete jihadista di Al Qaeda nel Sahel, sdoganata nel marzo del 2017 e di cui poco si è detto in questo anno e mezzo. Eppure, se si volesse andare oltre l’acronimo, cose su cui interrogarsi ve ne sarebbero molte. Perché è qui, tra il Sahel e l’Africa Occidentale, che Al Qaeda con un nuovo brand e nuove alleanze punta a respingere le velleità espansioniste dello Stato Islamico in Africa. È qui, ancora, che la nuova Francafrique di Macron – visione in realtà ben poco diversa da quella dei suoi predecessori all’Eliseo – è attesa alla prova di resistenza più dura. Ed è sempre qui, infine, che nascono quei “problemi” che si riversano sul Mediterraneo, trasformandosi in “paure” una volta approdati sulle nostre coste: traffici di armi, droghe ed esseri umani, nuove forme di schiavismo, flussi migratori aperti e chiuse a orologeria per ricattare l’Europa.

Nella matassa di abbreviazioni e acronimi sbrogliata con meticolosità da Cochi, c’è spazio ovviamente anche per l’“altra Africa”, quella inondata di armi, caschi blu e finanziamenti dalla comunità internazionale (Francia e Stati Uniti in testa) e dalle Nazioni Unite per eliminare alla radice i conflitti ed esportare pace, democrazia e sviluppo. AFRICOM, AMISOM, MINUSMA, UNDP, UNOWAS sono solo alcune delle lettere messe in fila dall’Occidente per giustificare un impegno umanitario e a sostegno della sicurezza internazionale tradottosi però, nei fatti, in una serie di fallimenti e di sperperi di denaro che hanno finito con il “drogare” l’economia africana, impedendone l’emancipazione piuttosto che favorirla.

Tra queste pagine, lo sforzo in più che fa l’autore è di trascinare il lettore a debita distanza da questa coltre di strette di mano e foto istituzionali, nel tentativo di condurlo il più vicino possibile alla fonte dei problemi reali che attanagliano l’Africa. Perché il terrorismo di matrice jihadista ha una presa così forte in questo continente? Cosa spinge migliaia di giovanissimi e adolescenti ad affiliarsi ai cartelli del terrore operativi nel Sahel, piuttosto che al gruppo somalo di Al Shabaab o ai sanguinari nigeriani di Boko Haram?

Dall’analisi dell’evoluzione di Al Shabaab, il gruppo jihadista più letale nel 2016 con 4.281 persone uccise contro i 3.499 decessi provocati da Boko Haram, arrivano tracce utili per provare a inquadrare il fenomeno del terrorismo jihadista non solo in Africa ma anche in altre aree particolarmente fertili del mondo, dal Medio Oriente all’Asia Centrale fino all’Estremo Oriente. Chi pensa che sia la religione, dunque l’Islam, a spingere questi giovani nelle braccia dei terroristi si sbaglia. Tra i fattori all’origine dell’avvicinamento dei giovani all’estremismo radicale violento dei jihadisti figurano semmai povertà, corruzione, disoccupazione, emarginazione sociale, proliferazione delle bande criminali, violazione dei diritti umani, ma anche il fallimento del governo nel garantire alla popolazione i servizi primari. «Uno stato di incertezza – spiega l’autore – che rende soprattutto i giovani somali vulnerabili al reclutamento e alla radicalizzazione da parte di predicatori e Imam. Per questo, in molti casi l’adesione ad al-Shabaab appare chiaramente come un mezzo per tentare di cambiare la propria condizione sociale, mentre per altri versi potrebbe addirittura essere considerata come uno strumento di autodifesa e di vendetta da coloro, che hanno subito violenze e soprusi da parte di bande criminali locali, polizia o altri gruppi estremisti».

Con questo passaggio l’autore non intende ovviamente giustificare i motivi che conducono all’affiliazione ai gruppi jihadisti, ma individuare quelle che ne sono le cause concrete e su cui la comunità internazionale, e gli stessi governi africani, continuano a dimostrarsi incapaci di intervenire. C’è, in pratica, un «punto di non ritorno» oltrepassato il quale gli under 25 africani non hanno altra scelta di stare al mondo se non quella di unirsi a un gruppo terroristico. Motivo per cui, prosegue Cochi, «milioni di giovani africani diseredati andrebbero sostenuti con massicci investimenti nell’educazione e nei servizi sociali, assicurandosi che gli attori nazionali e internazionali concentrino i loro sforzi nelle aree difficili da raggiungere, con l’obiettivo finale di creare una valida forma di resilienza contro l’estremismo violento. Le soluzioni elencate dovrebbero essere adottate con rapidità perché l’Africa, con i suoi numerosi contesti di conflittualità etnica, di epurazioni religiose, di grave indigenza, di tensione sociale e di mancanza di prospettiva, offre ai radicali islamici la possibilità di trovare terreno fertile per penetrare nel ventre molle della sua società rurale».

Concetto ribadito anche dall’antropologa Anna Maria Cossiga che ha firmato la prefazione al libro. «Non vogliamo certo dire che la causa del jihadismo in Africa sia l’Occidente ma, sicuramente, la nostra miopia è una concausa – sottolinea – L’uccisione di bin Laden non ha eliminato al-Qaeda; quella di al-Zarqawi non ha impedito allo Stato Islamico di crescere e prosperare. Nemmeno l’intervento in Siria, che ha così drasticamente ridotto il territorio del sedicente Califfato, ha diminuito gli attentati in tutto il mondo, né ha indebolito la causa jihadista. La forza, dunque, non è sufficiente, come dimostra il fatto che le cause che conducono al radicalismo violento sono ancora tutte presenti; in Africa come nel resto del globo». Anche grazie a questo libro ora sappiamo perché «tutto cominciò a Nairobi» il 7 agosto del 1998. Ma se vogliamo davvero provare a conoscere l’Africa lo sforzo che dobbiamo fare è andare oltre le abbreviazioni e gli acronimi, come spronava a fare mezzo secolo fa Marcuse.

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