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Turchia, Erdogan infiamma la campagna elettorale

Turchia, Erdogan infiamma la campagna elettorale

Recep Tayyip Erdogan ha aperto a Istanbul, lo scorso 18 maggio, i lavori della sessione straordinaria dell’Organizzazione della Cooperazione Islamica (OICC). Nell’occasione il presidente turco non ha lesinato dichiarazioni pesanti nei confronti di Israele:«Lo dico chiaramente: quello che Israele ha fatto è teppismo, atrocità e terrore di Stato», ha detto riferito a quanto accaduto lungo la Striscia di Gaza la settimana scorsa. Erdogan ha ribadito «il sostegno alla Palestina e la ferma condanna di Israele», responsabile a suo dire di «crimini commessi a Gaza [lo scorso 14 maggio, ndr] contro civili disarmati». Ovviamente nessun accenno al fatto che 50 dei 63 morti durante le proteste erano militanti del gruppo terroristico Hamas, come sostenuto dalle autorità israeliane.

Toni duri quelli usati dal presidente turco, che stanno trascinando la Turchia in un’infiammata campagna elettorale. Nel Paese si voterà il prossimo 24 giugno per le elezioni presidenziali e lelegislative. Un voto che, nelle intenzioni del presidente turco, servirà per eliminare qualsiasi opposizione e completare l’islamizzazione del Paese.

 

I problemi della Turchia

Tuttavia le criticità nella Turchia di oggi non mancano. Il miracolo economico, di cui Erdogan è stato artefice da quando nel 2003 ha assunto le redini del Paese, si sta sciogliendo come neve al sole. I gravi problemi legati alla sicurezza, che lo stesso Erdogan ha creato, stanno allontando gli investitori. Senza dimenticare l’altissimo tasso d’inflazione e la costante svalutazione della lira turca. I sondaggi vedono in calo i consensi nei confronti del presidente, complice la tensione palpabile all’interno del suo partito, l’AKP (Partito per la Giustizia e lo Sviluppo). I leader dell’opposizione starebbero invece conquistando sempre più ampie fasce di elettorato, deluse dalle promesse mancate in termini di riforme e benessere economico e dalla svolta dittatoriale-islamista impressa al Paese.

La risposta che Erdogan fornisce ogni volta che si trova in difficoltà è quella del ripiegamento identiario, moralista e nazionalista, tutti cavalli di battaglia che gli sono serviti per acquisire sempre piu’ potere fino a farlo diventare il “padrone” pressocché assoluto della Turchia.

Nonostante questo, però, i casi di corruzione che hanno visto coinvolti esponenti di spicco del suo entourage, gli incredibili errori commessi in campo economico e lo stato di perenne tensione con l’Europa e gli Stati Uniti, potrebbero sovvertire i piani di Erdogan, il quale non perde però occasione per attaccare a testa bassa tutti i nemici veri e presunti della Turchia.

Le frizioni con la Germania

Proseguono intanto senza sosta anche all’estero le attività di propaganda e proselitismo religioso del governo di Ankara. Nel mirino ci sono soprattutto quei Paesi europei dove sono presenti milioni di immigrati turchi, primo tra tutti la Germania. Se un tempo queste comunità – notoriamente molto laboriose – erano impegnate solo a raggiungere il benessere e la piena integrazione nel Paese in cui si erano trasferite, con il sopravvento di Erdogan nella scena politica turca è cambiato tutto.

L’integrazione e i valori dei Paesi europei, che con tanta generosità negli ultimi decenni hanno accolto e dato una possibilità di sfuggire alla miseria a moltissimi turchi, sono diventati il nemico da abbattere. È così che Erdogan ha avvelenato i pozzi, diffondendo l’estremismo nazional-islamista di Milli Görüs (Punto di Vista Nazionale), organizzazione che conta in tutta Europa più di 500mila affiliati e che ha come ideologia fondante lo screditamento «dell’ordinamento della società occidentale, della democrazia, dei diritti umani e dei diritti alla libertà e all’uguaglianza». A fondare Milli Görüs negli anni Settanta è stato il politico islamista turco Necmettin Erbakan. Maestro politico di Erdogan, deceduto nel 2011, era stato primo ministro tra il 1996 e il 1997 con il partito Milli Nizam Partisi (Partito dell’Ordine Nazionale) e tre volte viceministro tra il 1974 e il 1978 con il partito Milli Selamet Partisi (Partito di Salvezza Nazionale).

Nel frattempo, a poco meno di un mese di distanza dal voto in Turchia, continuano a registrarsi anche casi di spionaggio che vedono coinvolti imam o addetti alle ambasciate turche, “assoldati” dal MIT (Millî Istihbarat Teskilati, i servizi segreti turchi) per spiare connazionali in giro per il mondo. Recentemente in Germania 12 di queste persone sono scappate prima di essere arrestate. Un episodio che, sommato alle ultime dichiarazioni infuocate di Erdogan («I politici tedeschi sono i nostri nemici») non ha fatto altro che irrigidire ulteriormente i rapporti diplomatici tra Turchia e Germania. Le relazioni tra i due Paesi sono ormai ai minimi storici dopo il tentato golpe in Turchia del 14 luglio 2016 e la successiva richiesta – avanzata da Ankara e respinta da Berlino – di estradare 400 cittadini turchi «sospettati di aver partecipato al colpo di stato».

L’ultimo caso diplomatico risale a qualche giorno fa, quando due calciatori di origine turca, naturalizzati tedeschi e diventati campioni del mondo nel 2014 – Mesut Özil dell’Arsenal e Ilkay Gundogan del Manchester City – si sono fatti fotografare a Londra con Erdogan, in visita nella capitale britannica. Grandi sorrisi e magliette autografate regalate al presidente turco che in passato è stato anche un discreto calciatore. In Germania la polemica è scoppiata immediatamente e anche la cancelliera tedesca Angela Merkel, grande tifosa della nazionale, è dovuta intervenire con parole non certo di apprezzamento nei confronti dei due calciatori. Ma c’è di più. Un petizione on line, lanciata per escludere i due atleti dai prossimi mondiali di calcio che inizierà a breve in Russia, ha ottenuto in pochi giorni piu’ di 58mile firme.

Da sinistra Gundogan, Ozil, Erdogan e il giocatore dell’Everton Cenk Tosun.

 

La diffusione dell’Islam radicale in Europa

Casi di spionaggio delle autorità turche sono stati sono accertati anche in Svizzera. Proprio nella Confederazione elvetica ci sarà lo start-up del nuovo progetto del Diyanet (Direttorato degli Affari Religiosi turco) che vuole aprire delle scuole – da frequentare nei fine settimana – per bambini e ragazzi fra i 6 e i 17 anni di età. Un progetto che presto potrebbe prendere piede anche anche in Italia, Belgio, Olanda, Germania, Francia, Danimarca, Svezia, Norvegia, Inghilterra, Francia, Spagna, e Austria, con l’obiettivo di «mantenere l’identità, la cultura e i valori dei concittadini che vivono all’estero per permettere loro di diventare cittadini attivi e mantenere i contatti con la madre patria».

Tra le materie che verranno insegnate lingua e cultura araba. I professori saranno selezionati dagli istituti Imam Hatip Lisesi (di cui lo stesso Erdogan è stato allievo), mentre gli stipendi e il materiale didattico saranno a carico del governo turco.

È soprattutto con iniziative come questa, e come la recente riforma della scuola varata dal governo di Ankara, che si sta compiendo il processo di islamizzazione della Turchia. Un processo che sta già contagiando direttamente anche l’Europa.