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Il summit di Singapore e il rinascimento asiatico

Il summit di Singapore e il rinascimento asiatico

Si è tenuto il tanto atteso summit tra il Presidente degli Stati Uniti e il leader della Corea del Nord a Singapore. Un vertice storico, preceduto da una serie incredibile e imprevedibile di eventi, che potrebbe portare a un nuovo rinascimento in Asia.

Il vertice di Singapore si è aperto all’insegna di una nuova era (Xi Jinping docet), quella della pace, simboleggiata dall’albero, piantato nella zona demilitarizzata a ridosso del 38° parallelo, e innaffiato con l’acqua dei fiumi Han e Taedong, che bagnano la penisola coreana, durante i recenti colloqui di Panmunjom. Il summit è seguito immediatamente al G7 del 2018, tenutosi a Charlevoix, nel quale, dopo la speranza fugace di un riavvicinamento alla Russia, forse si è consumata una rottura irreparabile tra le democrazie occidentali, incapaci di elaborare una linea comune sulla questione commerciale. L’attenzione del mondo si è spostata così in Oriente dove l’incontro tra Kim e Trump, da un lato, è apparso come un successo del presidente americano, il quale ha costretto una dittatura fuori controllo a più miti consigli e che, giocando a questo tavolo dopo aver sparigliato quello del G7, ha anelato una vittoria utile per le elezioni di mid-term e forse per passare alla storia. D’altro canto, la grande attenzione mediatica all’evento sembra sancire definitivamente il rinascimento dell’Asia, la cui influenza politica, militare ed economica sta superando i confini geografici tracimando in Medio Oriente, in Africa, in Europa per raggiungere anche il continente americano.

 

La Corea simbolo della Guerra Fredda

La penisola coreana ha rappresentato per metà dello scorso secolo il simbolo della Guerra Fredda, in quanto, pur costituendo una sola nazione, è stata divisa prima tra i due eserciti vincitori della Seconda Guerra Mondiale e poi trasformata, dopo una guerra sanguinosa, in due entità statuali separate, al di là e al di qua del 38° parallelo, secondo quanto fissato dall’armistizio firmato nel 1953 a Panmunjom.

Per anni i due Paesi hanno percorso strade diverse: quello a nord, di stampo comunista, sotto l’egida di Cina e Russia, quello a sud, attratto dal capitalismo, sotto l’ombrello americano. Entrambi hanno finito per rappresentare un paradosso nel nuovo millennio, in un contesto geopolitico che si è globalmente frammentato per l’esplosione di regionalismi e particolarismi dopo la fine della Guerra Fredda. La pace è stata per anni una chimera, a causa del programma nucleare nordcoreano, giustificato come unico possibile baluardo di difesa per un Paese povero, isolato e governato da una feroce dittatura. Una dittatura che ha testato bombe all’idrogeno e missili balistici l’anno scorso, provocando viva inquietudine per la sicurezza sia delle coste giapponesi che di quelle americane.

 

La trappola delle sanzioni

La Corea del Nord ha finito così per costituire una costante minaccia per gli Stati Uniti, spingendo Trump a reinserirla, nel 2017, tra gli “Stati canaglia” finanziatori del terrorismo. Il fine ultimo del presidente americano e delle democrazie occidentali, appoggiate in parte anche dalla Cina, è stato quello di stringere Pyongyang nella morsa delle sanzioni per costringerla al dialogo e ad abbandonare le proprie ambizioni nucleari. La pressione internazionale, che ha colpito sia il popolo nordcoreano che la leadership vicina a Kim, sembra avere infine costretto il governo di Pyongyang ad accettare gli approcci del presidente sudcoreano Moon Jae-in, abilissimo stratega che è riuscito ad avvicinare prima nord e sud e poi i due nemici acerrimi, Corea del Nord e Stati Uniti, sventolando la bandiera simbolica della pace, conscio delle enormi opportunità politiche e economiche celate oltre confine.

 

Il primo passo di pace a Panmunjon

Il primo “calumet della pace” si è acceso nel 2018 con un’apertura al dialogo iniziata in occasione delle Olimpiadi invernali di Pyeongchang e poi proseguita con lo storico incontro tra i capi di Stato delle due Coree, tenutosi il 27 aprile scorso nel piccolo villaggio di Panmunjom. Kim Jong-un e Moon Jae-in hanno oltrepassato per la prima volta dal 1953 la linea di demarcazione che separa i loro Paesi e si sono fermati brevemente sul brecciolino che marca il territorio della Corea del Sud, avviandosi poi verso i luoghi scelti per i loro colloqui. Foto, flash, sorrisi e applausi hanno accompagnato l’incontro mentre Kim suggeriva a Moon di fare un passo indietro, in Corea del Nord. Nelle due mani che si stringevano, in diretta sui megaschermi delle principali piazze asiatiche, si sono ricongiunti idealmente i destini di migliaia di famiglie coreane, le cui vite sono state spezzate e divise per sempre, separate da una linea ingiusta come quella guerra che segnò la fine del sistema di alleanze del secondo conflitto mondiale e l’inizio della Guerra Fredda.

 

USA e Cina

La nuova immagine di una Corea dialogante è stata però offuscata da un susseguirsi inquietante di eventi: lo sfoggio americano di F22 e B52 durante le esercitazioni “Max Thunder” in Corea del Sud; le esternazioni di John Bolton e Mike Pence, con gli imprudenti riferimenti al “modello libico” e a un leader (Gheddafi) che, interrotti i programmi nucleari, era stato travolto da un’insurrezione armata; la lettera, inviata dal presidente Trump al leader di Pyongyang, in cui si comunicava l’annullamento del summit accompagnato da non troppo celate minacce di guerra nucleare. Alla fine il summit è stato rimesso in agenda con un’altra lettera, mentre il presidente cinese Xi Jinping ha chiamato a rapporto Kim, avvisando poi l’amministrazione Trump. Un segnale per ricordare a tutti che nessuna soluzione potrà essere prospettata senza il placet della Cina, che considera il quadrante nordcoreano appartenente al proprio “cortile di casa”. Gli Stati Uniti hanno risposto con un’altrettanto velata minaccia al principio dell’unica Cina, irrinunciabile per Pechino, aprendo a Taiwan, lo stesso giorno del summit di Singapore, una nuova sede dell’American Institute, cui è stato erogato un finanziamento di milioni di dollari.

 

Denuclearizzazione

In questo nuovo Grande Gioco, che spazia dall’Asia orientale verso tutto il mondo globalizzato, Kim ha comunque deciso di smantellare il sito per test nucleari di Punggye-ri. Questo primo passo verso il disarmo atomico viene però interpretato da molti come una pura mossa mediatica, visto lo stato ormai compromesso della struttura dopo i test degli scorsi anni. Sicuramente non sarà facile raggiungere la denuclearizzazione «completa, irreversibile e verificabile» della penisola coreana, avamposto americano in Asia, dove le frequentazioni della VII Flotta stanno procurando non poche inquietudini a una Cina già coinvolta in forti tensioni commerciali con Washington. «sicurezza garantita» per la regione dovrà, a fronte di ciò, essere solida e sarà necessario accompagnarla con prospettive di cooperazione economica altrettanto accattivanti, soprattutto per i nordcoreani, e con garanzie convincenti per i due ingombranti vicini, Cina e Russia.

 

La sfida del summit

Il summit di Singapore rappresenta infatti una sfida che andrà molto al di là della penisola coreana. Lo scontro tra Corea del Nord e Stati Uniti non è che un ulteriore tassello del variegato mosaico del XXI secolo iniziato con gli attacchi terroristici dell’11 settembre 2001, quando sono entrate gradualmente in crisi le strutture di governance globale emerse dopo il secondo conflitto mondiale e la Guerra Fredda. Tale processo sta spazzando via il sistema internazionale costruito in passato e il G7 di Charlevoix potrebbe aver segnato la fine di quel consensus che ha accomunato per decenni i Paesi occidentali. Le contraddizioni strutturali si affastellano senza trovare una nuova, ragionevole collocazione mentre vengono ignorate le sfide mondiali imposte dalla globalizzazione, che ha prodotto prossimità e conflitti tra i popoli nei punti più caldi del pianeta.

 

Il rinascimento dell’Asia

Il “dopo Singapore” ci dirà se l’Occidente è ancora in grado, attingendo alla forza della democrazia da cui fioriscono libertà e diritti, di costruire nuove vie per un modello di sviluppo alternativo, da percorrere con altre civiltà, oppure se è destinato a essere travolto da un liberismo, in balia di interessi e lobby, ormai troppo iniquo. Intanto a Singapore si vedrà se il nuovo senso di identità asiatico, il vivo nazionalismo, la potenza militare ed economica in forte espansione saranno in grado di dare sostanza al desiderio di plasmare il mondo in modo non-occidentale. All’indomani del summit si saprà anche se tutti i Paesi occidentali, che hanno intrapreso la traversata del nuovo millennio con la cartina mentale del XX secolo e ancora non hanno compreso fino in fondo l’ampiezza dei cambiamenti che si profilano all’orizzonte, riusciranno a “girare la mappa“, prodromo di quel trattato di pace ancora da scrivere in Corea e di una pace globale duratura ancora da vivere.

di Elisabetta Esposito Martino – Il Caffè Geopolitico