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In fuga dalla Repubblica Centrafricana

In fuga dalla Repubblica Centrafricana

Mentre nei Paesi del Maghreb tira aria di restaurazione dopo la fallimentare stagione delle primavere arabe, più a sud oltre il deserto del Sahara si allunga la lista dei cosiddetti “Failing State”, ovvero Stati sull’orlo di crisi politiche, economiche e sociali senza ritorno. Il mainstream occidentale spesso si limita a individuarne le cause in elementi di carattere etnico-religiose, quando invece sono anche altri i fattori in gioco: le infiltrazioni terroristiche di matrice islamista, i traffici dei potenti signori della guerra, oltre agli interessi economici ed energetici delle potenze occidentali che dalla Nigeria al Mali, passando per il Sud Sudan e la Repubblica Centrafricana, hanno fatto valere il loro peso nella destituzione di governi e nel passaggio del potere a nuove leadership.

È pertanto difficile stabilire quanto il fattore religioso conti effettivamente in queste instabilità latenti, e il caso della Repubblica Centrafricana ne è forse la dimostrazione più emblematica. In questo Paese grande il doppio dell’Italia e abitato da poco più di 5 milioni di abitanti, la situazione è esplosa nel marzo del 2013, quando i miliziani di Seleka, alleanza di gruppi ribelli musulmani, hanno destituito François Bozizé e consegnato il governo a Michel Djotodia, cui sono succeduti Alexandre-Ferdinand Nguendet, Catherine Samba-Panza fino all’attuale presidente Faustin-Archange Touadéra

In questi anni nel Paese il caos ha regnato sovrano, con razzie, stupri e omicidi di massa perpetrati dai guerriglieri Seleka nei villaggi a maggioranza cristiana e con la risposta sempre più violenta da parte degli anti-balaka (“balaka” significa machete nelle lingue locali Mandja e Sango). Il bilancio ad oggi è terribile: centinaia di migliaia di sfollati – di cui anche l’UNHCR fatica a tenere il conto – rifugiatisi principalmente nei vicini Ciad, Camerun, Congo e Repubblica Democratica del Congo, e migliaia di morti, nonostante il dispiegamento di migliaia di soldati da parte dell’Unione Africana e del governo francese Francia e l’arrivo atteso dei caschi blu ONU.

C’è chi in questi mesi ha provato a collegare questa mattanza al genocidio che in Rwanda, tra l’aprile e il luglio del 1994, portò al massacro di circa un milione di persone di etnia Tutsi da parte delle frange estremiste della minoranza Hutu. Il parallelo però è azzardato, come spiega padre Aurelio Boscaini, dagli anni Settanta in missione in Rwanda, Burundi e Togo, nonché firma storica di Nigrizia, la rivista italiana dei missionari comboniani. “In Repubblica Centrafricana – spiega – non siamo di fronte a un mero tribalismo né a una guerra di fede, ma a una guerra civile come quelle in corso in Somalia e Sud Sudan. Qualcuno in questi anni ha voluto far passare gli anti-balaka come milizie cristiane. Essi sono in maggior parte animisti e per certi aspetti incarnano un’espressione ancestrale della cultura africana. Mi ricordano i ribelli africani Simba (“leoni”, gruppo che agì nella metà degli anni Sessanta nell’attuale Repubblica Democratica del Congo, ndr), che usavano erbe e prodotti particolari per tingere i loro corpi, il che secondo loro gli permetteva di non essere uccisi dalle pallottole. I Seleka, invece, sono dei criminali, sbandati del Darfur, del Sudan e del Ciad, musulmani di origine straniera che vogliono imporre uno Stato islamico in un Paese a maggioranza cristiana”.

Resta da decifrare, infine, quanto Al Qaeda sia riuscita sinora a penetrare questo come altri conflitti dell’Africa Centrale. In Centrafrica – conclude padre Boscaini – l’arrivo di Al Qaeda negli ultimi anni è stato una novità. Soprattutto lungo il versante occidentale del Continente, in Paesi come Senegal, Ghana, Costa d’Avorio e Camerun, il rispetto per la confessione cattolica si è ormai consolidato. Da qualche anno, però, sempre più giovani di questi Paesi vanno a frequentare le università islamiche come quella del Cairo, dove vengono istruiti a pensare che l’istituzione di governi islamici potrà essere l’unica soluzione ai tanti problemi dell’Africa”. Sinora ha però prevalso l’estremizzazione di questi insegnamenti. Accade da tempo in Nigeria con la campagna del terrore di Boko Haram. E accade anche in Repubblica Centrafricana, dove il caos ha ormai spazzato via qualsiasi forma di rivendicazione confessionale.