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Processo a El Chapo: un faro acceso sul Messico

Processo a El Chapo: un faro acceso sul Messico

Da Brooklyn le dichiarazioni di “El Chapo” scuotono le più alte sfere dei Governi presenti e passati del Messico.

1. EL CHAPO ED I PRESIDENTI DEL MESSICO 

Fin dal primo giorno di difesa, gli avvocati del più famoso narcotrafficante del mondo, El Chapo, hanno fatto luce sulle trame e sui legami fitti tra narcos e Stato messicano, indicando i due ex presidenti Peña Nieto e Calderòn come percettori di tangenti da milioni di dollari da parte del “capo dei capi. Accuse non verificate, ma che mettono il Governo messicano in una posizione scomoda. Jeffrey Lichtman, avvocato di Joaquín Guzmán Loera, alias El Chapo, ha affermato nella sua dichiarazione di apertura che gli ex presidenti messicani Felipe Calderón ed Enrique Peña Nieto hanno preso «centinaia di milioni in tangenti» dal leader del cartello di Sinaloa Ismael Zambada García, detto El Mayo. Lichtman sostiene che El Chapo è un capro espiatorio, mentre El Mayo è il vero leader della potente organizzazione del narcotraffico. L’avvocato è arrivato al punto di denunciare un complotto che coinvolge non solo El Mayo e i funzionari corrotti in Messico, ma anche agenti della Drug Enforcement Administration (DEA).
I grandi casi di traffico di droga sono ampi e tentacolari, il che significa che possono avere implicazioni inattese per le élite politiche e imprenditoriali. Le Autorità statunitensi sostengono che, sotto il comando di El Chapo, il cartello di Sinaloa ha guadagnato circa 14 miliardi di dollari in proventi illeciti e stanno chiedendo la confisca di questo denaro, ma i Pubblici ministeri hanno riferito di non aver trovato neanche un dollaro fino adesso. Gli avvocati del Chapo, invece, sostengono che ci sono prove che suggeriscono che il suo cliente non era altro che un middle manager per il cartello.

Fig. 1 – “El Chapo” Guzman mentre viene estradato dal Messico 

2. DAL PLAN MERIDA ALL’INTELLIGENCE

La realtà sul campo suggerisce che il metodo di lotta alla criminalità ha fatto ben poco per indebolire una delle organizzazioni criminali più infami del Paese, il cartello di SinaloaLa ragione principale è che questo ha una struttura orizzontale, con un’autorità decisionale diffusa, senza una struttura verticale con solo uno o pochi membri chiave. Mentre El Chapo era in fuga dalle Autorità, Ismael Zambada García, El Mayo, ha mantenuto la struttura del cartello e continua a farlo oggi. Sebbene la caduta di El Chapo abbia generato qualche incertezza, che ha portato a violente dispute interne su chi avrebbe assunto la leadership, il Cartello è riuscito a superare la tempesta e rimanere al top a lungo termine.
Ma il gruppo vanta ancora una presenza al di fuori del Paese. Nel febbraio 2018 le Autorità colombiane hanno lanciato una segnalazione sull’influenza del gruppo nel finanziamento delle attività criminali dei gruppi ex FARC. Si sa che a Medellin, stato di Antioquia, i narcos che gestiscono l’intera filiera, dalla produzione all’esportazione e vendita al dettaglio della coca, sono tutti messicani con passaporto colombiano. Il gruppo continua inoltre a utilizzare le società di esportazione colombiane in schemi di riciclaggio di denaro basati sul commercio, per lavare i loro proventi criminali in assenza di El Chapo.
«Joaquín Guzmán Loera ha creato una straordinaria organizzazione criminale che è stata progettata per continuare anche in sua assenza. – Ha detto Mike Vigil, ex capo delle operazioni internazionali presso la DEA. – È un’organizzazione globale che opera in oltre quaranta Paesi». L’arresto e l’estradizione negli Stati Uniti di El Chapo hanno chiarito una cosa sul cartello di Sinaloa: le Autorità dovranno adottare un approccio drasticamente diverso per abbattere una delle organizzazioni criminali più forti che il Messico abbia mai visto.

Fig. 2 – Il tribunale di Brooklyn dove si svolge il processo a “El Chapo”

3. DA AMLO TANTE SPERANZE E TANTI DUBBI 

Le domande di oggi sono relative alla gestione della sicurezza del nuovo presidente messicano Andrés Manuel López Obrador (AMLO), che ricalca una vecchia retorica della militarizzazione delle forze di polizia già ampiamente discussa e applicata da tutti i passati Governi senza alcuna risposta efficace. Inoltre non è ben definita la questione rapporti con le mafie. Fino a oggi sembra tendere una mano ai narcos, ascoltarli e scendere a patti con loro, cosa che in fin dei conti hanno fatto anche i precedenti esecutivi, sebbene in forma velata. Ancora non si comprende se AMLO abolirà o meno il Plan Merida, l’accordo di cooperazione in materia di sicurezza tra USA e Messico, reo di aver contribuito alla massiccia ondata di violenza nel Paese.
La proposta di legalizzare le droghe sconcerta per il fatto che non si è parlato apertamente di un piano sanitario, né di un supporto psichiatrico e psicologico per i possibili nuovi consumatori della “prima volta”, né di quali saranno gli attori, ovvero coloro che commercializzeranno e venderanno al pubblico le droghe. Si ricorrerebbe per esempio a dispensari in stile USA, dove facilmente le mafie potrebbero introdursi per lavare il proprio denaro, o una più stretta commercializzazione attraverso canali già esistenti, come le farmacie e i presidi ospedalieri, sulla falsa riga dell’Uruguay? Inoltre, da dove proverrà la marijuana? Il Messico vanta una delle maggiori produzioni illegali di marijuana, ma ad esempio il 100% dei farmaci a base di cannabinoidi viene importata dagli USA, per l’assenza di una normativa che qualifichi la marijuana messicana per uso medicale. La creazione di una guardia nazionale sul modello di Caracas e la militarizzazione dei corpi di polizia nascondono un tentativo di “venezuelizzazione” della sicurezza, lasciando il compito al solo esercito? Il consiglio per i diritti umani dell’ONU ha già espresso parere negativo e ha chiesto apertamente ad AMLO di non proseguire. Infine dato che anche un consigliere, ormai ex, dello stesso Presidente è finito tra i nomi degli ultra pagati dai narcos messicani, occorre poter chiarire dinanzi al pubblico quali sono stati e quali sono e saranno i rapporti “diplomatici” tra Stato e rappresentanti delle mafie, ricordando che come qualsiasi lobby, a Città del Messico, sono stanziati vicino ai Ministeri numerosi gruppi di influenza narcos dediti a un certosino rapporto con le Istituzioni. Tutti lo sanno, ma in pochi lo ammettono.

Ivan Memmolo