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L’onda vietnamita sulle elezioni di Midterm

L’onda vietnamita sulle elezioni di Midterm

«Le elezioni di midterm più importanti di cui si abbia memoria», così il presidente Donald Trump si è espresso sul voto del 6 novembre che negli Stati Uniti porterà al rinnovo dei 435 seggi della Camera e di un terzo dei seggi dei senatori. Il 6 novembre si voterà anche per eleggere i nuovi governatori di 36 Stati.

Occhi puntati su Orange County, California, dove i vietnamiti americani stanno guadagnando un peso sempre maggiore nella scena politica e ci si aspetta che siano decisivi nella battaglia per il Congresso, tanto da spostare gli equilibri all’interno della Camera dei Rappresentanti. La Little Saigon di Orange County, che include Garden Grove, Westminster, e Fountain Valley, è una sorta di enclave e costituisce la più grande comunità vietnamita al mondo al di fuori dei confini del Vietnam. I distretti attualmente in mano ai repubblicani Dana Rohrabacher, Mimi Walters ed Ed Royce, dove la popolazione vietnamita rappresenta più del 10%, potrebbero facilmente slittare ai democratici.

In passato i vietnamiti americani hanno dimostrato di preferire il partito conservatore, molto più di qualsiasi altro gruppo etnico asiatico, chi era vietnamita negli Stati Uniti votava rosso, oggi però questo assunto non sembra più tanto sicuro. Anche se resiste la tendenza a favorire il partito Repubblicano, per via delle posizioni anti comuniste del GOP, gli immigrati giovani di seconda o terza generazione, sensibili a tematiche quali immigrazione, sanità e istruzione, sarebbero pronti a votare per i candidati democratici. Almeno il 64% dei vietnamiti americani ha una buona considerazione delle politiche di Trump in materia di lavoro, di gran lunga il migliore tasso di approvazione tra gli asiatici naturalizzati americani, e in base a una ricerca condotta nel 2018 a livello nazionale dall’Asian American Voter Survey, il 42% si definisce repubblicano, mentre il 28% democratico. Gli stessi autori dello studio hanno però svelato che il 52% dei vietnamiti americani sarebbe favorevole all’accesso alle cure mediche per tutti gli immigrati, a prescindere dallo status legale, mentre il 50% si opporrebbe alla restrizioni sulla green card.

L’onda di candidati che concorrono per diverse cariche a Orange County dimostra la partecipazione sempre maggiore di tale comunità negli affari pubblici, partecipazione facilmente traducibile in un’influenza crescente nella definizione delle politiche locali. Gli elettori però dovranno fare attenzione perché tra i 24 candidati di origini vietnamite di Orange County 13 hanno lo stesso ingombrante cognome: Nguyen. Per capire quanto conta il voto degli americani vietnamiti basterebbe notare che i candidati repubblicani della contea stanno lavorando perché le elezioni locali abbiano lo stesso effetto sulla competizione per i seggi in seno al Congresso.

Non solo i giovani vietnamiti e i latinos, ma in generale gli elettori tra i 18 e i 29 anni potranno essere determinanti nel voto del 6 novembre. Le midterm 2018 saranno probabilmente le elezioni dei giovani. Una previsione dell’Institute of Politics dell’Harvard’s Kennedy School of Government stima che il 40% di loro parteciperà al voto, un dato notevolissimo se si considera che il tasso di partecipazione più alto mai raggiunto per le elezioni di medio termine è fermo al 21%, percentuale che risale al 1994 e al 1986. Il 54% dei giovani elettori americani è democratico, mentre il 43% repubblicano. A spingere l’attivismo giovanile sarebbe in particolare il tema scottante del controllo delle armi.

A meno di una settimana dal voto i democratici sarebbero in vantaggio alla Camera, stando alle previsioni di Cook Political Report. Il partito dell’asinello ha però bisogno di 23 poltrone per riuscire a guadagnare il controllo di questo ramo del Congresso. Ci sarebbero più seggi attualmente in mano ai repubblicani che potrebbero passare al partito opposto rispetto al contrario, inoltre molti più seggi repubblicani vengono dati al 50 e 50, se paragonati a quelli dei democratici. Niente però può essere dato per scontato. Anche se i democratici vincessero in tutti i distretti in cui vengono dati per favoriti, avrebbero ancora bisogno di almeno 6 dei 29 seggi dei repubblicani che vengono dati al 50%. La gara sembra meno avvincente per il Senato, che invece propende per i repubblicani, ma per mantenere il controllo il partito dell’elefante dovrà limitare le perdite a un seggio.

Donald Trump ha deciso di giocarsi tutto con le elezioni di midterm trasformando il voto in un referendum sulla sua presidenza, forte anche della vittoria internazionale appena incassata con il nuovo NAFTA. I dati sull’occupazione e la crescita sono a suo favore, ma resta da capire quanto questo vantaggio guiderà le scelte degli americani. Una delle priorità di Trump erano gli agricoltori e i minatori del Midwest, ma a due anni dall’insediamento dell’ex tycoon ci si chiede quali siano i risultati concreti raggiunti dalla sua amministrazione. I coltivatori dell’Iowa avevano dato fiducia al presidente ma la guerra commerciale intrapresa contro la Cina ha segnato duramente i loro affari. In Minnesota la sensazione generale è che Trump ascolti le richieste e supporti l’industria locale ma con costi molto alti per l’ambiente e con conseguenze devastanti sui cambiamenti climatici. Con Trump che ad ottobre aveva dichiarato morta la riforma Obama, la sanità sarà uno dei temi a cui gli americani presteranno più attenzione, vista la preoccupazione dei cittadini di perdere le coperture finanziarie garantite dalle assicurazioni. Infine, c’è l’immigrazione. La carovana di profughi che arriva dall’Honduras risveglia i timori mai sopiti degli elettori del capo della Casa Bianca di un’invasione incontrollata degli Stati Uniti d’America.

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