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“Mandiamo mercenari in Libia”. Dice E. Prince

“Mandiamo mercenari in Libia”. Dice E. Prince

Erik Prince, americano, 48enne, ex Navy SEAL, è il fondatore di Blackwater, la controversa agenzia privata di mercenari – oggi più prudentemente definiti “contractor” – che dal 1997 al 2010 ha gestito la sicurezza in Iraq, Afghanistan e in altri teatri di guerra dov’era impegnata militarmente l’America. Per questo lavoro, ha ricevuto circa 2 miliardi di dollari dal governo degli Stati Uniti. Poi, complici le brutalità dei suoi mercenari e le morti di troppi civili (nel 2007 a Baghdad, i contractor della Blackwater uccisero 17 civili in piazza Nisour mentre scortavano un convoglio dell’ambasciata USA) hanno costretto Prince a chiudere l’agenzia.

Tuttavia, il business è il business. E così Erik Prince ne ha prima cambiato il nome in Xe Services e quindi in Academi, senza modificare di una virgola le regole d’ingaggio dei contractor. Quindi, ha fondato un’altra agenzia, Frontier, con la quale si è trasferito armi e bagagli negli Emirati Arabi Uniti, diventando un consulente per la sicurezza nel Medio Oriente e anche oltre. Per l’Africa, ad esempio, e in particolare per la Libia, Prince ha le idee chiare: spedire contractor per fermare le ondate dei migranti.

Il businessman Erik Prince

«È la soluzione alla crisi dei rifugiati che sta minacciando la stessa Ue», ha scritto sul Financial Times. E, intervistato dal Corriere della Sera, ha ribadito il concetto: «Il traffico di esseri umani dal Sudan, dal Ciad, dal Niger è un processo industriale. Per fermarlo, devi creare una polizia libica di frontiera lungo il confine meridionale. Gheddafi adorava le piste di atterraggio, ce ne sono dappertutto laggiù: basta costruirvi tre basi di polizia e mandare 250 addestratori stranieri in ciascuna al fianco dei libici, proprio come Blackwater fece con la polizia di frontiera afghana. Forniranno leadership, intelligence, supporto per le comunicazioni, aerei di sorveglianza, un paio di elicotteri: i trafficanti devono guidare per vaste distanze, quindi è semplice individuare i loro camion carichi di migranti, intercettarli, arrestare l’autista».

Dunque, la “nuova” agenzia di contractor Academi si candida a guidare il processo che potrà bloccare il flusso di migranti in Europa, e si spinge a parlare di diritti umani. Ecco cosa dice al Corriere della Sera: «Noi li porteremmo in campi profughi nelle basi, riceveranno cibo e assistenza medica e saranno rimpatriati senza mai arrivare alla costa. Immagino che l’Europa voglia bloccare il flusso di migranti nel modo più umano e professionale possibile. Non penso che pagare milizie sia una soluzione nel lungo periodo».

 

Il peso dei mercenari e il caso iracheno

 

La presenza massiccia delle PMSC (Policy Management Systems Corporations) sul territorio, vale a dire le compagnie militari private di sicurezza che nella vulgata continuiamo a definire contractor, hanno conosciuto un sviluppo impressionante nelle aree di crisi di tutto il mondo, a partire soprattutto dall’invasione americana in Iraq (2003). Quando, cioè, queste agenzie erano divenute talmente grandi che prima del ritiro dei militari USA il paese ospitava un numero maggiore di contractor che non di militari USA.

Un gruppo di contractor a Baghdad

All’epoca fu definita un’operazione di “state building”, cioè la costruzione di un paese partendo dalla sicurezza che è costato agli americani qualcosa come 65 miliardi di dollari l’anno. Già nel 2004, il Times di Londra scriveva: «In Iraq, il business del dopoguerra non è il petrolio. È la sicurezza» e nel 2007, erano ben 180mila i contractor che lavoravano in Iraq, 30mila dei quali guardie di sicurezza private, e il resto truppe mercenarie che superavano di numero i soldati USA (150mila).

In questo periodo, la Blackwater è stata coinvolta in almeno altri 195 incidenti per l’uso di «tattiche di combattimento aggressive» in varie città dell’Iraq. Gli iracheni, con humor nero, la chiamavano “Dishwater”, cioè lavapiatti, per la sua attività di “pulizia dei ribelli”. Mentre altri mercenari presero parte allo scandalo del carcere di Abu Ghraib, a Baghdad, dove oltre 250 prigionieri furono sistematicamente torturati e umiliati, creando proteste internazionali dopo la pubblicazione di alcune foto compromettenti. In questo caso, le compagnie l’appalto dei servizi di sicurezza nel carcere era stato vinto dalle agenzie americane Titan/L-3 e Caci.

 

Perché affidarsi ai contractor

 

La ragione del ricorso ai contractor da parte dei governi, come di aziende private e ambasciate, è evidente: i mercenari sfuggono alla giustizia, al contrario dei soldati. I militari coinvolti in crimini di guerra, torture, sparatorie, etc. finiscono inevitabilmente davanti a una Corte marziale, i mercenari invece no. Non esistono per loro modalità chiare d’incriminazione né la possibilità che le vittime o le loro famiglie possano denunciare i crimini e ottenere indennizzi. Questo perché i contractor non hanno nome né identità. E le regole d’ingaggio sono materia privata e non pubblica.

Piazza Maidan a Kiev dopo la battaglia per destituire il presidente

Ecco una delle ragioni del perché possono essere impiegati tanto negli interrogatori dei prigionieri come nell’assalto a un convoglio: in un caso o nell’altro, non sarà responsabilità politica del governo l’eventuale verificarsi di crimini. Se un contractor muore, inoltre, non solo non riceve onori militari, ma con ogni probabilità non lo si verrà mai a sapere. Perché il suo nome non comparirà nell’elenco dei soldati caduti in guerra, che pertanto non andrà a far numero e non peserà sull’opinione pubblica.

I mercenari son un prodotto di guerra che può essere ordinato direttamente a un’agenzia e recapitato direttamente sul campo. Elementi già formati ed equipaggiati, noleggiati per l’occasione senza conseguenza alcuna. Non è un segreto, ad esempio, che gli americani usarono mercenari della ex Blackwater in Ucraina, dove la CIA convinse il governo ad appoggiare gli insorti di Piazza Maidan, che nel febbraio del 2014 costrinsero alla fuga in elicottero il presidente Viktor Yanukovich, legittimamente eletto.

 

Mercenari in Libia

 

Ora, Erik Prince ci dice che la sua agenzia potrebbe fornire al governo italiano «leadership, intelligence, supporto per le comunicazioni, aerei di sorveglianza, un paio di elicotteri» e che i suoi uomini, se impiegati in Libia, possono fermare quello che l’intera Unione Europea non ha saputo fare. Il che potrebbe anche essere vero. Ma a quale prezzo? Abbiamo visto i risultati dell’impiego di contractor in Iraq e Afghanistan: nel primo caso ne è nata una nuova e più feroce guerra, nel secondo il problema si è acuito.

Prince sostiene che è proprio il mancato uso prolungato dei mercenari ad aver guastato i piani. Aveva proposto l’invio di 5.500 contractor in Afghanistan, da affiancare alla polizia locale. «Ma McMaster [consigliere per la sicurezza nazionale di Trump, ndr] è un generale molto convenzionale. Il suo predecessore, Michael Flynn adorava il mio piano». Difatti, il Pentagono ha annunciato l’invio di altre truppe regolari. «Non servirà a niente. L’approccio è sempre quello degli ultimi 16 anni, i soldati vanno per periodi di 6-9 mesi, e la conoscenza che sviluppano va perduta. La Casa Bianca tornerà da me entro sei mesi o un anno: è inevitabile» ha dichiarato al CorSera.

Vedremo. Intanto, in Libia la situazione non si risolve, nell’indifferenza più generale. Ma affidarsi a dei mercenari per uscirne appare oggi come una soluzione tanto disperata quanto folle, che non farebbe altro che aggiungere ulteriore caos alla già intricata mappa geografica e sociale della regione. Perché, in definitiva, in questa come in tutte le guerra il problema non sono soltanto gli uomini, ma la strategia generale.

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