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Nuova giornata di terrore in Belgio: attentatore colpisce a Liegi

Nuova giornata di terrore in Belgio: attentatore colpisce a Liegi

Nuova giornata di terrore ieri, martedì 29 maggio, in Belgio. Nel centro di Liegi due poliziotte e un ragazzo di 22 anni sono stati uccisi a colpi di pistola da un uomo che avrebbe gridato «Allah Akhbar» prima di essere freddato dalle forze dell’ordine. L’uomo era da poco uscito di prigione. Gli inquirenti hanno subito dichiarato di seguire la pista del terrorismo di matrice islamico.

 

Pubblichiamo uno stralcio del libro di Stefano Piazza Allarme Europa, tratto dal capitolo Belgio, laboratorio del jihadismo.

Chi avrebbe mai potuto immaginare che il piccolo Belgio sarebbe diventato il laboratorio del jihadismo europeo e che in una città come Bruxelles sarebbero cresciuti quartieri nei quali si è sviluppata una società parallela islamista, come a Molenbeek? Probabilmente nessuno, così come nessuno avrebbe immaginato che nella capitale dell’Unione Europea, Bruxelles, i cattolici praticanti fossero ormai il 12% della popolazione mentre i musulmani praticanti sono il 19%. Da qui le storpiature in “Bruxellistan”, “Belgistan” e “Molenbeekistan” che tanto hanno fatto arrabbiare l’ex sindaco socialista Philippe Moureaux, al quale piaceva invece definire Molenbeek un «laboratorio sociale-multiculturale». Oggi a Bruxelles un cittadino su tre è musulmano, il nome più frequente all’anagrafe fra i nuovi residenti è Mohammed e di questo passo nel 2035 la città sarà a maggioranza musulmana. Come potrà restare la capitale dell’Unione Europea?

Se i belgi convertiti all’islam sono circa 20mila, a Bruxelles solo 7 matrimoni su 100 ormai sono cattolici e i bambini battezzati sono appena il 14,8% con i funerali cattolici scesi al 22,6%. Recentemente le autorità belghe hanno deciso anche che le feste più sentite della cultura europeo-cristiana, come ognissanti, natale e pasqua, devono essere sostituite dalle più political correct “vacanze d’autunno”, “vacanze d’inverno” e “vacanze di primavera”, in modo da non offendere i musulmani in una delle più radicali operazioni di multiculturalismo suicida mai vista prima.

 

 

Non è tutto. Ad Anversa è nata la prima “corte islamica” che legifera secondo la Sharia e s’intromette nelle decisioni dei tribunali, mentre nelle scuole pubbliche si distribuiscono anche i pasti halal (cioè quelli che seguono le tradizioni alimentari islamiche) sempre per non turbare i musulmani. Intanto, da Anderlecht, nel comune di Bruxelles, dove vi è un’importante e storica comunità ebraica, gli ebrei fuggono perché gli atti di antisemitismo sono in continuo aumento. La fuga degli ebrei dal Belgio è cominciata il 24 maggio 2014, dopo la strage al Museo ebraico di Bruxelles quando Mehdi Nemmouche, un islamista francese rientrato nel 2013 dalla Siria, uccise quattro persone.

L’islamizzazione compiuta del Belgio ha radici lontane che s’intrecciano con gli interessi economici legati alle forniture di petrolio – soprattutto negli anni Settanta ai tempi dell’austerity – e con i rapporti personali delle famiglie reali saudita e belga. Nel 1974, il Belgio fu il primo paese europeo a riconoscere in forma ufficiale la religione islamica, con la logica conseguenza che l’anno successivo l’islam arrivò nelle scuole. Il periodo dell’austerity energetica iniziò prima, il 15 ottobre 1973, quando i membri arabi dell’Opec (l’Organizzazione dei paesi esportatori di petrolio) al termine di una riunione annunciarono la sospensione delle forniture di greggio agli Stati Uniti e il prezzo di un barile di petrolio schizzò così da 3 a 12 dollari. La ritorsione araba fu originata soprattutto dallo scoppio della guerra del Kippur (1973). Quella crisi petrolifera provocò un mutamento profondo nei rapporti internazionali e la famiglia Al Saud che regnava in Arabia Saudita da allora ebbe gioco facile con Paesi come il Belgio, alla costante ricerca di petrolio.

Il Paese di Re Baldovino era inoltre alle prese con la prima ondata d’immigrazione da Marocco, Algeria e Tunisia. Tutte quelle braccia impiegate nelle miniere e nelle industrie a esse collegate, in gran parte erano musulmani che non potevano pregare il loro dio perché nel Paese mancavano le moschee. Perciò, nel 1969 il “re triste”, com’era chiamato Baldovino, offrì in affitto alla famiglia saudita il Pavillon du cinquantenaire per la durata di 99 anni, allo scopo di crearci una grande moschea wahhabita-salafita.

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