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Le ultimissime dalla Somalia

Le ultimissime dalla Somalia

 

Nuove problematiche di politica interna attanagliano il Governo Federale e il presidente Farmaajo, mentre sul fronte della sicurezza si registra un aumento delle ostilità tra al-Shabaab e coloro che combattono per lo Stato Islamico in Somalia.

1. L’IMPEACHMENT FALLITO

Nell’ultimo mese in Somalia la situazione politica è stata scandita da due episodi. Il primo riguarda la mozione di impeachment presentata il 9 dicembre da 92 membri della Camera Bassa, uno dei due rami del Parlamento, contro il presidente federale Farmaajo, accusato di aver stretto accordi di natura economica e in materia di sicurezza con Etiopia ed Eritrea tenendo all’oscuro l’organo legislativo. Tre giorni più tardi, però, la stessa mozione è stata fatta decadere, come comunicato dallo Speaker della Camera, in quanto 14 firmatari sono tornati sui propri passi, prendendo le distanze dalla possibile e conseguente svolta politica che tale provvedimento parlamentare avrebbe potuto comportare, ossia la fine della Presidenza Farmaajo.

Fig. 1 – Il presidente della Repubblica Federale della Somalia Mohamed Abdullahi Farmaajo

2. L’ARRESTO DI ROBOW E LE DIRETTE CONSEGUENZE

Superato questo ostacolo, il Governo Federale ha dovuto fare i conti con un ulteriore problema sopraggiunto durante le elezioni del nuovo Presidente dello Stato Federale del Southwest. In questo caso la criticità è sorta con la decisione di arrestare Mukhtar Robow, il candidato favorito alla vittoria finale, ma soprattutto co-fondatore ed ex vice comandante di al-Shabaab, che ha preso parte fino al 2012 ad azioni militari contro l’allora Governo Federale di Transizione e le truppe AMISOM. Sette anni or sono Robow lasciò il gruppo jihadista somalo per contrasti con il vertice, cioè con l’emiro Godane, e nel 2017 si consegnò alle Autorità federali, costruendosi un’immagine di islamista conservatore, ma contrario allo scontro armato. Per questo motivo alcuni osservatori vedevano in Robow un nuovo strumento per erodere il consenso della galassia salafita somala a spese di al-Shabaab. Il 13 dicembre, tuttavia, Robow è stato arrestato dalle Forze di sicurezza governative con l’aiuto di soldati etiopi e portato a Mogadiscio perché ritenuto una minaccia alla sicurezza per lo svolgimento delle elezioni. Tale azione ha però provocato una dura reazione nella capitale ad interim del Southwest, Baidoa. Infatti i fedeli all’ex numero due di al-Shabaab, e in particolare gli appartenenti al suo stesso clan, i Leysan – un sub-clan dei Rahanweyn, che hanno un notevole peso politico e militare a Baidoa e nella regione – hanno dato vita a tre giorni di imponenti scontri contro le Forze di sicurezza governative, causando 12 morti tra i manifestanti. Ciò non ha imposto alcuno stop al processo elettorale, che il 19 dicembre ha decretato la vittoria di Abdiaziz Hassan Mohamed, ex ministro federale per il Commercio, etichettato dai sostenitori di Robow come un uomo del presidente federale Farmaajo, e quindi come un corrotto. La detenzione di Robow ha comunque provocato ulteriori conseguenze politiche all’interno del Paese, a cominciare dalle dimissioni in segno di protesta di Abdifitaah Ibrahim Geeseey, ministro dei Lavori Pubblici nativo di Baidoa e appartenente al sub-clan dei Leysan. Oppure, ancora, la pubblica dichiarazione dello Speaker della Camera Bassa, Mohamed Abdirahman Mursal, per un’immediata liberazione di Robow, senza dimentare la richiesta formale da parte del Rappresentante delle Nazioni Unite in Somalia, Nicholas Haysom, circa un maggiore rispetto dei diritti umani, con esplicito riferimento agli scontri avvenuti a Baidoa. Proprio in merito a quest’ultimo episodio, la risposta del Governo Federale non si è fatta attendere: il 2 gennaio una nota del ministero degli Affari Esteri ha comunicato che il sopracitato Haysom non era più persona gradita in Somalia, perché si sarebbe «intromesso» in questioni di politica interna.

Fig. 2 – Mukhtar Robow nelle vesti di portavoce di al-Shabaab mentre partecipa a una dichiarazione pubblica nel 2008 a Mogadiscio. 

3. LOTTA ARMATA TRA JIHADISTI

In una tale situazione esplosiva a livello politico, al-Shabaab continua a portare avanti la strategia di attacchi su tutto il suolo nazionale, concentrandosi sia verso obiettivi civili, sia contro i jihadisti affiliati allo Stato islamico in Somalia. A questo riguardo lo scontro tra i due gruppi jihadisti ha recentemente raggiunto un nuovo livello di criticità. La prima mossa è stata condotta dai militanti dello Stato Islamico in Somalia, che attraverso un video hanno annunciato di aver ucciso 14 membri di al-Shabaab nella regione montuosa a sudest di Candala e precisamente nella regione di Bari, appartenente allo Stato semi-autonomo del Puntland. In risposta alla nuova offensiva il portavoce di al-Shabaab, Sheikh Ali Mohamud Rage, ha dichiarato attraverso Radio Andalus, il caniale ufficiale del gruppo terroristico, l’avvio di un’operazione militare atta a estirpare gli adepti dello Stato Islamico, definiti come piaga e malattia del Paese. Una prima iniziativa sembra essere stata realizzata il 27 dicembre al confine tra Kenya e Somalia, nella regione di Gedo, nei pressi della città di El Adde, dove alcuni miliziani di al-Shabaab avrebbero attirato i combattenti fedeli allo Stato Islamico in una trappola, uccidendone un numero imprecisato. Sul fronte degli attacchi che hanno come obiettivo i civili, al-Shabaab ha rivendicato l’attentato realizzato il 22 dicembre con due autobombe e un terrorista suicida nei pressi del palazzo presidenziale a Mogadiscio (30 morti). Inoltre il Primo gennaio al-Shabaab ha lanciato colpi di mortaio verso il compound delle Nazioni Unite, sempre nella capitale, con il ferimento di due membri dell’Organizzazione e di un contractor.

Giulio Giomi