Come lavorare in aree di crisi

Come lavorare in aree di crisi

Se atterrati all’aeroporto internazionale Simon Bolivar di Caracas pensate di poter raggiungere indisturbati il centro della città, prendendo un autobus oppure fidandovi di un tassista, è evidente che non conoscete il Paese in cui siete arrivati. Dalla morte di Hugo Chavez il Venezuela si è attestato come uno degli Stati più violenti al mondo. Tradotto, significa che nel tragitto che vi separa dal vostro albergo o dal vostro appuntamento di lavoro, è altissima la probabilità che restiate coinvolti in tentativi di rapina a mano armata: perché in questo Paese ormai si uccide anche per meno di 100 dollari.

Di esempi di violenza strisciante ve ne sono a centinaia a ogni latitudine del mondo e riguardano, ovviamente, anche gli occidentali in viaggio, in molti casi impreparati di fronte a situazioni del genere. A volte accade per ignoranza, altre per eccesso di presunzione (fattore che accomuna buona parte dei businessman di Stati Uniti ed Europa). Spesso, invece, gli “intoppi” sono dovuti alle carenze organizzative delle società, che avrebbero dovuto attrezzarsi per tempo acquisendo e trasmettendo informazioni fondamentali ai propri dipendenti e garantendo loro trasferte all’estero lontane dai rischi.

Soprattutto in Nord Africa e Medio Oriente, dove fino a inizio 2011 gli imprenditori occidentali venivano accolti da governi collaborativi trovando terreno fertile per far fruttare i loro investimenti. Da qualche anno, invece, anche qui la situazione è cambiata. Vale per la Libia dell’“amico” Gheddafi, diventata una terra di nessuno, in cui il petrolio – vero baricentro del potere – è controllato da milizie armate fuori il controllo dello Stato. E vale anche per il Libano, altro Paese tradizionalmente in buoni rapporti con l’Italia, “palestra” per le esperienze all’estero di decine di nostri giornalisti sotto la supervisione dei militari UNIFIL (United Nations Interim Force In Lebanon) e oggi considerato una delle culle più prolifiche del jihadismo.

In contesti caldi come questi, considerati quasi off limits per i viaggiatori occasionali, soprattutto per le aziende è necessario prestare massima attenzione a ogni minimo particolare. Da questo punto di vista gli americani, dopo l’attacco dell’11 settembre, sono indubbiamente davanti a tutti per quanto riguarda i controlli effettuati su chiunque parta o arrivi dagli States. Da qualche anno anche l’Italia si è messa in carreggiata. Il 9 aprile del 2008 è infatti entrato in vigore il decreto legislativo n. 81 “in materia di tutela della salute e della sicurezza nei luoghi di lavoro”. Una legge chiara, che impone alle imprese di tutelare nella stessa misura i propri dipendenti sia che operino in Italia che all’estero. Un obbligo che, per essere rispettato, richiede l’attuazione di un processo di analisi e prevenzione del rischio, e dunque il lavoro di strutture e centri di analisi specializzati nella produzione di report di risk assesment, fondamentali per permettere alle aziende di possedere e trasmettere ai propri dipendenti una conoscenza reale dell’insieme dei pericoli ambientali (situazione politica e religiosa, tensioni sociali, livello sanitario, etc.) del Paese in cui andranno a operare, garantendo così la loro sicurezza e, al contempo, l’integrità degli investimenti.

La parola d’ordine per evitare il rischio è dunque prevenzione, a cui va sempre associata (e ciò vale indistintamente anche per i turisti) la capacità di adattamento. Tecnicamente, significa assumere un low profile (basso profilo), che consente di entrare nella dimensione della nazione in cui ci si trova, inquadrandone da subito le dinamiche politiche e sociali e preoccupandosi di non collidere mai né con la sfera religiosa né con quella etica e comportamentale, soprattutto quando si ha a che fare con Paesi arabi. E in questo gli italiani hanno certamente una marcia in più rispetto agli americani o agli inglesi, che invece in molti casi all’estero vengono percepiti come dei “nemici”. D’altronde, non si può pensare di poter far uso di sostanze stupefacenti o di esprimere liberamente le proprie tendenze sessuali in una città ultraconservatrice come Riad, intromettersi in questioni sindacali in un impianto petrolifero libico, prelevare a un bancomat a Karachi senza avere le spalle coperte da un pakistano di fiducia. In questi posti, rispettare le regole significa misurare il proprio comportamento, adeguandolo agli usi e alle abitudini della comunità che si visita.

In alcune realtà, come la Tunisia e l’Algeria, riuscirci è relativamente più semplice, soprattutto perché i governi di questi Stati stanno puntando molto sulla sicurezza degli investitori stranieri. In Pakistan, invece, vengono tutelati solo i settori strategici, in primis l’energia e gli armamenti, mentre in Egitto, nonostante la presidenza di Abdel Fattah Al Sisi lo scollamento tra le forze armate e i vari comparti dell’economia continua a generare delle voragini amministrative in cui è facile ritrovarsi in situazioni di pericolo.

C’è poi il caso della Siria, dove il conflitto rende la situazione impraticabile per ogni tipo di intervento economico. Eppure i contratti da rispettare rimangono e vedono coinvolte anche delle aziende italiane. Per salvaguardare i loro investimenti, alcune di queste imprese non hanno timore a inviare in aree altamente pericolose squadre di tecnici formate da operatori free lance provenienti da Paesi slavi, balcanici o sudamericani, il cui status lavorativo non è coperto in alcun modo dalla legge italiana. Sicurezza, però, significa fare della scelte ed evitare il più possibile situazioni del genere. Se fatta bene, con spirito di osservazione, conoscenza approfondita del posto in cui si opera e capacità di contrattazione, strumenti come le scorte e le auto blindate servono solo per non lasciare nulla al caso. Il resto può farlo, e bene, una preventiva azione di intelligence.

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