L’Algeria in protesta verso il voto presidenziale

L’Algeria in protesta verso il voto presidenziale

A poco più di due mesi dalle elezioni presidenziali, fissate ufficialmente per il 18 aprile, sembra ormai certa la ricandidatura per un quinto – e storico – mandato da parte dell’attuale presidente Abdelaziz Bouteflika, in carica dal 1999. La crescita economica interna permane in una condizione di ristagno nonostante la progressiva risalita del prezzo degli idrocarburi, che rappresentano la principale risorsa del paese, abbia in parte alleviato la sofferenza fiscale dello stato. Questi fattori, uniti all’immobilità del sistema politico-istituzionale, contribuiscono a spiegare una situazione interna contraddistinta da tensioni sociali latenti, in particolare tra le fasce più giovani della popolazione. Sul piano internazionale, vanno segnalate sia le recenti difficoltà emerse nel processo di riavvicinamento politico-diplomatico che l’Algeria ha avviato con il Marocco, storico rivale regionale, sia il raggiungimento di importanti accordi economici e di cooperazione energetica, quali, ad esempio, quelli con Arabia Saudita ed Eni.

Quadro interno

Le imminenti elezioni presidenziali dominano la scena politica interna. Con l’avvicinarsi della scadenza del termine ultimo per la presentazione delle candidature, fissato per il 4 marzo, fonti vicine all’entourage dell’attuale presidente Bouteflika hanno confermato la volontà di quest’ultimo di concorrere, dissipando i dubbi generati dalle sue precarie condizioni di salute dovute alla malattia di cui soffre dal 2013. Sebbene gran parte degli analisti internazionali rimanga fortemente scettica riguardo alle reali capacità di Bouteflika di governare e sostenere un quinto mandato, nessun candidato, tra gli oltre cento che si sono registrati fino a ora, appare in grado di conquistare la maggioranza e aggiudicarsi la più importante carica istituzionale algerina. In linea con le aspettative, le due principali forze politiche, il Fronte di Liberazione Nazionale (Fln) e il partner di coalizione Raggruppamento Nazionale Democratico (Rnd), tramite le parole del suo leader e attuale primo ministro Ahmed Ouyahia, hanno espresso il proprio supporto alla decisione del presidente.1 Da un lato, il più alto numero di candidature nella storia elettorale del paese rivela un panorama politico frammentato da cui emerge inevitabilmente rafforzata la figura dell’attuale presidente, già ampiamente rispettata in virtù del suo ruolo di cruciale mediatore durante la crisi degli anni Novanta, quando si fece principale fautore del processo di riconciliazione nazionale che portò il paese fuori dalla cosiddetta “decade nera” e da una sanguinosa guerra civile. Dall’altro, sembra invece indicare i sintomi di una crescente insofferenza all’interno dell’élite politica, conscia delle precarie condizioni di salute di Bouteflika e impaziente di sfruttare i vantaggi derivanti dall’eventuale transizione di potere. Tra i più importanti aspiranti alla poltrona presidenziale spiccano Abderrazak Makri, nominato dal Movimento della Società per la Pace, principale partito conservatore algerino, e Ali Ghediri, ex generale delle Forze Armate, il quale, ambiziosamente, si è detto pronto a “conquistare la presidenza e a rimettere l’Algeria sulla retta via”. Proprio Ghediri, considerato vicino all’ex capo dell’intelligence algerina Mohamed Mediène, ha avuto un incontro con alcuni ufficiali americani presso l’ambasciata Usa a Parigi, a dimostrazione di come uno dei principali sfidanti di Bouteflika si sia mosso preventivamente per guadagnare l’appoggio di un influente attore esterno in vista di un possibile processo di transizione nell’assetto politico interno. Nel complesso, comunque, il fronte dell’opposizione appare debole, a riprova dell’incapacità di molti partiti nel creare un fronte comune e convogliare in maniera costruttiva il crescente malcontento sociale causato dalla stagnazione economica interna. Peraltro, le difficoltà dei movimenti di opposizione sono accresciute dal solido legame che persiste tra l’establishment presidenziale e i ranghi militari più influenti, come dimostrato dal recente rimescolamento – il più eclatante dell’era Bouteflika – attuato in seno ai vertici dell’apparato di sicurezza su ordine dello stesso presidente. Questa decisione, di fatto caldeggiata e probabilmente manovrata dal capo di Stato Maggiore dell’esercito gen. Ahmed Gaid Salah, a sua volta legato a doppio filo con gli ambienti politici più importanti, evidenzia l’interesse degli alti circoli militari a mantenere i privilegi ricevuti in cambio del supporto all’attuale governo, in particolare l’accesso a ruoli remunerativi nel settore privato o l’acquisizione di proprietà terriere, evitando nel contempo l’ascesa di altri ufficiali. Secondariamente, ma non meno importante, è probabile che il circolo ristretto del presidente paventasse l’eventualità di un colpo di stato proprio in vista delle elezioni. In sostanza, questa convergenza di interessi, congiuntamente alla ricandidatura di Bouteflika, sembra cementare per l’ennesima volta gli equilibri di potere, portando a escludere cambiamenti di rilievo nell’assetto politico post-elettorale.

Per quanto concerne l’economia, l’Algeria continua a soffrire la cronica dipendenza dal settore degli idrocarburi, in particolare gas naturale, che rappresentano quasi il totale del volume delle esportazioni (97%), due terzi delle entrate fiscali statali e ben un terzo del prodotto interno lordo.7 Il sensibile calo dei prezzi del petrolio cominciato nel 2014 ha avuto un impatto fortemente negativo sul bilancio pubblico – nel 2017 i proventi dell’esportazione del greggio erano un terzo rispetto a dieci anni prima – e conseguentemente sulla fetta di spesa pubblica destinata ai programmi di welfare – su tutti i sussidi – con una riduzione complessiva del 14% sul budget 2017. Mentre l’esportazione delle risorse energetiche rimane il perno centrale dell’economia, soprattutto verso i paesi europei, per i quali il gas algerino copre il 12% del loro fabbisogno complessivo, i ricorrenti sforzi del governo volti a favorire una diversificazione dell’economia nazionale non hanno dato finora gli esiti sperati, indicando l’assenza di una vera pianificazione economica e il ricorso a soluzioni tampone per scongiurare ulteriori proteste tra la popolazione. Proprio in quest’ottica vanno considerati i recenti accordi siglati tra la compagnia di stato algerina Sonatrach e importanti società straniere come l’italiana Eni e la francese Total, volti a potenziare la capacità estrattiva nazionale e a rafforzare il ruolo di esportatore nel mercato energetico europeo. Grazie alla modesta risalita dei prezzi del greggio, inoltre, nel 2018 le entrate derivanti dalle esportazioni energetiche sono aumentate del 15% rispetto all’anno precedente, garantendo una boccata d’ossigeno all’economia del paese. La finanziaria relativa al 2019 recentemente approvata mira a promuovere una crescita del 3,2% negli altri settori dell’economia, favorendo ad esempio maggiori investimenti infrastrutturali nell’agro-alimentare e nelle risorse sostenibili, ma anche nell’export e nella valorizzazione del territorio.11 Il successo o meno di questa strategia dipenderà in gran parte dalla volontà politica di applicarla, a dispetto dei forti interessi che legano l’élite al potere e le compagnie operanti nel settore degli idrocarburi. Degna di nota è, ad esempio, l’intesa raggiunta con l’Arabia Saudita per l’avvio di cinque nuovi progetti di cooperazione nei comparti agro-alimentare e industriale, soprattutto petrolchimico e farmaceutico.Il  progressivo declino della produttività industriale interna è andato di pari passo con l’aumento della disoccupazione, attestatasi sul valore di 11,1% nel primo quarto del 2018 e salita al 26,4% tra i giovani sotto i trent’anni. I problemi interni, poi, riguardano anche il tema della sicurezza e la lotta al radicalismo islamico. La presenza di gruppi jihadisti nella vicina Libia, su tutti la costola maghrebina di al-Qaida ma anche un numero imprecisato di combattenti affiliati allo Stato islamico (IS), rappresenta un problema concreto e da non sottovalutare, sebbene nell’ultimo periodo l’area operativa di queste formazioni si sia spostata principalmente nell’area del Sahel, specialmente tra Mali e Niger, lasciando al territorio algerino una funzione di supporto logistico. È incoraggiante notare, peraltro, come l’Algeria non abbia subito rilevanti attentati terroristici nel corso del 2018, una situazione che non accadeva da 26 anni.

Relazioni esterne

Sul piano internazionale l’Algeria mantiene solidi rapporti con la Russia, incentrati soprattutto sulla cooperazione diplomatica e militare. Algeri, infatti, rappresenta un fidato acquirente di armamenti russi, il terzo a livello mondiale (10% del totale, preceduta solo da India 31% e Cina 22%), incluse le più sofisticate tecnologie radar e l’appoggio esclusivo (condiviso solo dall’India) al sistema di sorveglianza satellitare russo Glonass. Nonostante la costituzione proibisca il dispiegamento di forze militari al di fuori dei confini nazionali, a riprova della politica regionale di non-interferenza fino a oggi perseguita, l’Algeria ha stanziato quasi il 6% del Pil per il settore della difesa nel 2017 – equivalente al 54% di tutta la spesa militare tra i paesi del Nord Africa – e può vantare il secondo esercito del continente africano, confermando di fatto l’importanza tanto della sicurezza interna quanto della proiezione a livello regionale. A gennaio, inoltre, ufficiali russi e algerini hanno discusso della possibilità di iniziare la produzione di componenti della autovettura russa Lada proprio in Algeria, ampliando così la cooperazione tra i due paesi.

Nel contesto di vicinato, oltre al contrasto al terrorismo di matrice jihadista, a tenere banco sono gli altalenanti rapporti con il Marocco, principale rivale regionale, giunti a una nuova battuta d’arresto dopo la recente fase distensiva innescata dalla candidatura congiunta a ospitare i mondiali di calcio 2030, presentata nel giugno 2018. Il principale motivo di disputa rimane la sovranità sui territori del Sahara Occidentale e il supporto fornito dall’Algeria al movimento indipendentista del Fronte Polisario, il cui conflitto con Rabat è attualmente congelato dal cessate il fuoco raggiunto nel 1991. Gran parte dell’establishment algerino, specie gli alti gradi militari, continua a percepire il Marocco come un potenziale nemico, come confermato sia dalle recenti chiusure di Algeri alle proposte di distensione marocchine nel quadro dell’Unione del Maghreb sia, soprattutto, dalla chiusura del confine in vigore dal 1994. Malgrado queste difficoltà, i due paesi mantengono aperti i principali canali di dialogo e partecipano ad alcune iniziative di cooperazione, soprattutto nell’ambito della lotta al terrorismo. Tra febbraio e marzo, ad esempio, soldati algerini e marocchini parteciperanno all’esercitazione “Flintlock”, organizzata su base annuale dagli Stati Uniti per favorire l’integrazione e il dialogo tra le forze armate di svariati paesi africani.

Un’altra questione rilevante riguarda la gestione dei flussi migratori. L’Algeria è infatti attraversata da due rotte molto importanti e trafficate: quella del Mediterraneo occidentale, percorsa principalmente da migranti provenienti dall’Africa occidentale, e quella del Mediterraneo centrale, su cui transitano migranti provenienti dalla regione subsahariana ma anche dal Medio Oriente. Negli ultimi mesi le autorità algerine hanno ricevuto forti critiche dalle associazioni umanitarie e dei media internazionali per il trattamento riservato ai migranti che attraversano il confine da Mali e Niger, molti dei quali provenienti da Siria e Palestina, sottoposti a internamento preventivo e successiva espulsione al di là degli stessi confini, spesso in aree desertiche e senza alcun tipo di aiuto. In ultima istanza, è importante sottolineare come la linea dura adottata dal governo di Algeri verso i migranti sia stata riconfermata, nel dicembre scorso, dalla decisione di astenersi nel voto per il Global Compact for Migration, la strategia globale di gestione dei flussi migratori promossa dall’Onu e approvata col favore di 152 paesi (5 contrari e 12 astenuti, tra cui l’Italia).

Federico Borsari

articolo pubblicato su Ispionline.it

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