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La strage mancata di Milano è terrorismo. E siamo tutti coinvolti

La strage mancata di Milano è terrorismo. E siamo tutti coinvolti

Ci sono almeno tre aspetti da sottolineare nella vicenda che riguarda Ousseynou Sy, l’uomo che oggi, mercoledì 20 marzo 2019, ha sequestrato uno scuolabus a Milano e gli ha poi dato fuoco nel tentativo di compiere una strage in nome dei morti nel Mediterraneo. Il primo: si tratta a tutti gli effetti di un atto di terrorismo. Il secondo: la legge vieta (o dovrebbe vietare) a chi ha precedenti penali di lavorare al fianco dei minori. Il terzo: la vicenda racconta di un generale esasperazione dei toni sulla questione dei migranti che ha superato ogni limite di decenza.

Quanto al primo punto, come già scrivemmo in relazione ai fatti di Luca Traini – l’uomo che ha compiuto un raid xenofobo a Macerata nel febbraio dello scorso anno colpendo sei immigrati nigeriani, nella speranza e con la volontà di ucciderli – quando si è di fronte a comportamenti di tipo terroristico, le cose vanno chiamate subito con il proprio nome. Mentre invece ridurre simili fenomeni a semplificazioni giornalistiche quali “gesto folle” o “lupo solitario” non soltanto è sbagliato, ma è molto pericoloso. Perché significa sottostimare la realtà di una rabbia sociale che cova non soltanto negli ambienti dell’estrema destra o sinistra (non certo e non solo italiane), non soltanto nel mondo dell’Islam radicale o dei suprematisti bianchi (vedi Nuova Zelanda), ma è un fenomeno generalizzato e inquietante, che può contagiare le menti più deboli e instabili.

Ora, il dirottamento dello scuolabus non solo era un gesto premeditato – l’uomo ha acquistato e poi occultato a bordo delle taniche di benzina prima di prendere gli studenti, e si era portato dietro un coltello – ma aveva anche un preciso movente politico. La rivendicazione dell’uomo è stata sin troppo chiara, secondo quanto riferito dagli stessi testimoni: “Ora basta, vanno fermate le morti nel Mediterraneo, la colpa è di Di Maio e Salvini. Andiamo a Linate, oggi da qui non esce vivo nessuno”. Dunque, un’azione eclatante, la volontà stragista, un movente politico. Non a caso, gli è stata contestata l’aggravante del terrorismo. Il perché lo ha ben spiegato il capo dell’antiterrorismo milanese Alberto Nobili: “Ha commesso un gesto che ha creato panico nella popolazione”. E non c’è davvero altro da aggiungere né da eccepire.

Quanto al secondo punto, sebbene scagionato con formula piena in merito a una denuncia di molestie sessuali su minori, resta il fatto che l’uomo avesse dei precedenti per alcolismo. Il che lo rendeva quantomeno inadatto al ruolo di autista (tanto più se si tratta di minori). Originario del Senegal ma con regolare cittadinanza italiana dal 2004, i precedenti penali di Ousseynou Sy risalgono al 2007 e al 2011: tra questi, c’è proprio la guida in stato di ebbrezza. Ciò nonostante, la società Autoguide lo aveva promosso da addetto alle pulizie ad autista, appunto.

La cosa adesso creerà non pochi problemi ai datori di lavoro, ma il vero punto è che una simile vicenda illumina una situazione generale del mondo lavorativo italiano in cui lo screening sui precedenti penali e sulla condotta dei dipendenti non sempre viene fatta, e comunque non a sufficienza, neanche quando si tratta dei minori. Il che getta un’ombra inquietante sulla sicurezza – in questo caso – del settore del trasporto pubblico e privato.

Ma è sul terzo punto che arrivano le note più dolenti e le constatazioni più amare. Il clima intorno alle azioni compiute dal Governo in materia di gestione dell’immigrazione in Italia si è esacerbato all’inverosimile da quando al Ministero dell’Interno è arrivato Matteo Salvini. Cosa che, purtroppo, riconduce l’intera questione non più e non soltanto alle morti nel mar Mediterraneo e al dramma dei migranti denunciato dal gesto folle di Sy, quanto piuttosto all’opportunismo di quanti preferiscono anteporre l’odio politico al confronto e alla ricerca di soluzioni all’annosa e inestinguibile crisi.

Siamo arrivati al punto in cui il cinismo della politica nostrana è tale che taluni membri del Parlamento (di varia estrazione e appartenenza politica, va detto) non si fanno mancare inutili passerelle a bordo delle “navi della speranza” al solo scopo di farsi notare per simulare di contare ancora qualcosa. E oggi scopriamo che è stato riesumato persino il dimenticabile Luca Casarin, ex leader dei no global del Nordest e dei Disubbidienti al G8 di Genova 2001, attualmente a bordo della nave Mar Jonio in aperta sfida al capo del Viminale, forse mosso dalla volontà di tornare alle “epiche” battaglie dei centri sociali contro le forze di sicurezza che hanno connotato gli anni della sua irrequieta gioventù. Ma tutto questo non fa che alzare il livello dello scontro e alimentare il muro contro muro, spingendo il Viminale nell’angolo e costringendolo a sbagliare.

Tutto ciò per dire che oggigiorno contano più la politica immaginata e gli spot elettorali che non i gesti di vera solidarietà e di concreta gestione di questa crisi epocale, che vede il nostro paese in prima linea fronteggiare in solitaria un’onda di migrazioni che non riusciamo a gestire se non politicizzandola sino alle estreme conseguenze.

Se il clima fosse diverso; se cioè le parti sociali interessate e le forze di governo sedessero a un tavolo per proporre soluzioni, anziché disfare ciecamente ogni passo in avanti, anteponendo il proprio ego politico alle ragioni tanto dello Stato quanto dei migranti; se ogni santo giorno non si ripetessero la litanie del governo buono contro i migranti cattivi e del governo cattivo contro i migranti buoni; se a questo spargimento di odio sociale si contrapponessero la giusta attenzione e un vocabolario meno incendiario, forse – anzi, probabilmente – gli “ultimi” come Ousseynou Sy non aspirerebbero più al terrorismo e non si rivolterebbero come pazzi contro gli innocenti. Ma il timore è che queste parole siano solo altre inutili gocce che si diluiscono nel Mar Mediterraneo.