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Cosa accadrà dopo l’incontro tra Kim Jong Un e Xi Jinping

Cosa accadrà dopo l’incontro tra Kim Jong Un e Xi Jinping

Strette di mano calorose, sorrisi e una cena informale sono la dimostrazione che i legami tra la Corea del Nord di Kim Jong Un e la Cina di Xi Jinping non si sono mai davvero incrinati. Il viaggio del leader nordcoreano a Pechino e il summit avuto con il presidente cinese lunedì 26 marzo hanno rinsaldato i rapporti tra i due Paesi e sono stati l’occasione per confermare la disponibilità di Kim alla denuclearizzazione della Corea del Nord.

La missione del giovane dittatore a Pechino è iniziata domenica 25 marzo e si è conclusa mercoledì 28, quando il treno verde a strisce gialle, che era partito dalla Corea del Nord, ha fatto ritorno a Pyongyang. Giorni duranti i quali la stampa internazionale e gli analisti hanno elaborato svariate congetture su chi fosse il misterioso ospite accolto con tutti gli onori dal presidente cinese: una delegazione di alto livello, l’ambiziosa sorella di Kim o lo stesso leader nordcoreano? Alla fine l’attesa verità è arrivata con la conferma ufficiale della visita del leader nordcoreano a Pechino arrivata ieri, mercoledì 28 marzo.

Il confronto con Xi è stato per Kim il primo incontro diretto con un leader straniero e forse anche il primo viaggio all’estero da quando nel 2011 è succeduto al padre Kim Jong Il. Durante la visita “non ufficiale”, messa in piedi su invito del presidente cinese, Kim ha espresso il suo impegno a raggiungere la denuclearizzazione della penisola coreana, come riporta l’agenzia di Stato cinese Xinhua. Kim ha lasciato intendere, però, che molto dipenderà dalle risposte dei sudcoreani e degli americani ai suoi sforzi diplomatici. «Se Corea del Sud e Stati Uniti risponderanno in buona fede – ha affermato Kim Jong un – creando un’atmosfera pacifica e stabile e adottando misure periodiche e simultanee per raggiungere la pace, la denuclearizzazione della penisola potrà essere conseguita». Il leader nordcoreano ha anche aggiunto che durante questo processo spera di rafforzare la comunicazione strategica con la Cina per mantenere aperto il dialogo attraverso la consultazione reciproca.

 

Gli ostacoli verso la denuclearizzazione

Una penisola coreana denuclearizzata, ha ricordato ancora Kim, era l’obiettivo ultimo a cui aspirava suo padre e prima ancora suo nonno, Kim Il Sung. Tuttavia, come ha sottolineato un articolo dell’agenzia britannica Reuters, non c’è piena comunanza di vedute tra Washington e Pyongyang su cosa implichi il termine «denuclearizzazione». Le divergenze tra l’interpretazione americana e quella nordcoreana mettono seriamente a rischio il buon esito delle trattative previste a maggio tra Kim e il presidente americano Donald Trump.

Nelle intenzioni nordcoreane non c’è nulla di nuovo rispetto al passato, o di vagamente paragonabile a ciò che la Casa Binaca si aspetta. Kim sarebbe pronto ad abbandonare il programma nucleare solo se gli Stati Uniti si diranno disponibili a ritirare le truppe dalla Corea del Sud e a rinunciare all’“ombrello nucleare”, pilastro della lunga alleanza militare stretta con Seoul. Gli Stati Uniti, di contro, non sembrano favorevoli a dare a Kim queste garanzie e insistono sul completo e irreversibile smantellamento del programma atomico. Differenze di vedute sostanziali, non semplici cavilli, per cui sembra più probabile un accordo incentrato sul congelamento dello sviluppo di armi nucleari e sulla riduzione dell’arsenale militare nordcoreano. Il nuovo consigliere per la sicurezza nazionale di Trump, John Bolton, riferisce ancora Reuters, ha chiarito che il presidente USA non vuole perdere tempo e che non accetterà niente di diverso da una «effettiva denuclearizzazione».

Il vero nodo da sciogliere dei negoziati tra Kim Jong Un e Donald Trump sarà con ogni probabilità un’altra questione: la costruzione di un nuovo reattore nucleare in Corea del Nord. A diffondere la notizia, proprio durante il viaggio di Kim a Pechino, è un articolo del New York Times. Come mostrano le immagini satellitari, l’impianto a cui i nordcoreani lavorano da anni si trova nel complesso di Yongbyon, a nord di Pyongyang, il luogo dove negli anni Sessanta è nato il programma nucleare nordcoreano. Per il regime, il reattore avrà lo scopo di produrre energia per uso esclusivamente civile. Ciononostante, pare che l’impianto possa sfornare anche plutonio, una delle sostanze più usate per la fabbricazione delle armi nucleari. La portata del nuovo reattore è stimata intorno ai 20 chilogrammi in un anno, una quantità di quattro volte superiore all’ammontare prodotto fino ad ora dall’altro maggiore reattore del Paese.

L’ex presidente degli Stati Uniti Barack Obama non si illude sulla riuscita dei colloqui tra Kim e Trump. In settimana Obama ha incontrato a Tokyo il premier giapponese Shinzo Abe. In Giappone Obama ha detto che l’esito dei negoziati è tutt’altro che scontato. Rispetto alle trattative sul nucleare iraniano, ha affermato l’ex Capo della Casa Bianca, con la Corea del Nord si ha meno margine di manovra, dato l’isolamento internazionale del regime di Kim Jong un. Le sanzioni dirette a colpire il commercio con l’estero non sarebbero uno strumento abbastanza incisivo. «La Corea del Nord – ha dichiarato Obama – è un esempio di Paese che è vive al di fuori delle norme internazionali e che è disconnesso dal resto del mondo». Chissà se, contro ogni pronostico, alla fine sarà però proprio Trump a riportare con i piedi per terra l’imprevedibile giovane leader nordcoreano.

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