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Israele al voto, la “vittoria immensa” di Netanyahu

Israele al voto, la “vittoria immensa” di Netanyahu

Il voto di ieri 9 aprile andava interpretato come un test sull’attuale primo ministro e a “Bibi” è andata bene. Benjamin Netanyahu ha vinto le elezioni legislative in Israele, assicurandosi così un quinto mandato. Con il 96% dei voti scrutinati, il partito di destra Likud di Netanyahu risulta aver ottenuto 37 seggi dei 120 della Knesset, il Parlamento israeliano. A un passo da lui l’unico vero rivale del primo ministro nel panorama dei 39 partiti in corsa: il generale ed ex capo delle Forze armate Benny Gantz, abituato alla vita militare ma forse meno alla politica.

Il partito di centro Blue e Bianco di Gantz ha conquistato 36 seggi della Knesset. Nessuno dei due schieramenti è riuscito tuttavia a raggiungere la maggioranza più uno dei deputati necessaria a governare, ovvero 61 seggi. Ma Netanyahu ha il netto vantaggio di poter contare su una coalizione forte per formare il nuovo governo. La coalizione di destra si appoggerebbe a una maggioranza di 65 seggi in Parlamento. Bibi e Gantz sono rimasti testa a testa fino all’ultimo, con il partito Blu e Bianco del generale dato da alcuni sondaggi come possibile favorito alla vigilia delle elezioni. Gantz non è riuscito però a strappare il titolo al primo ministro, che festeggia una “vittoria immensa” in Israele. Ora Netanyahu ha la possibilità di diventare il primo ministro più longevo nella storia del Paese ebraico, che negli ultimi dieci anni è stato plasmato dalle sue politiche, superando anche il mandato di Ben Gurion.

Netanyahu aveva rischiato nel convocare le elezioni anticipate a fine 2018. La sua intenzione era giocare d’anticipo sui tempi dell’incriminazione per corruzione e abuso d’ufficio, ma i guai giudiziari non sembrano aver scalfito sua la popolarità e oggi il premier viaggia a un tasso di consenso pari al 70%. I missili di Hamas minacciano la sicurezza di Tel Aviv, sicurezza che ha occupato in larga parte il dibattito politico in campagna elettorale insieme al tema della corruzione. Ma Netanyahu si fregia del merito di aver costruito un Paese sicuro e un’economia forte e nel voto è stato agevolato dalle mosse diplomatiche di Trump.

Dopo aver incassato l’appoggio del presidente Usa con il riconoscimento della sovranità di Israele sulle Alture del Golan, Netanyahu è intenzionato ad annettere formalmente la porzione di Cisgiordania già occupata dagli insediamenti israeliani. Bibi può contare certamente su Trump, che l’aveva già favorito riconoscendo Gerusalemme capitale dello Stato ebraico. Il sostegno dell’ex tycoon all’amico, arrivato come una benedizione in campagna elettorale, si aggiunge all’annuncio del Capo della Casa Bianca di iscrivere il Corpo dei guardiani della rivoluzione islamica, i pasdaran, nella lista delle organizzazioni terroristiche. Un annuncio che si insinua nel medesimo giorno delle elezioni legislative in Israele, si inserisce nel piano più vasto di Trump di circoscrivere Teheran e fa gioco al caro Bibi.

Per Bradley Burston, che firma un editoriale per Haaretz, è tempo di ammettere che in Israele vige ormai una dittatura. In un articolo per Le Monde di febbraio 2018 lo storico israeliano ed esperto di fascismo Zeev Sternhell, aveva scritto: “avanza sotto i nostri occhi un razzismo vicino a quello degli albori del nazismo”. Lo storico si riferiva alla colonizzazione dei territori occupati e criticava i diritti negati ai palestinesi. La campagna elettorale in effetti aveva preso a profumare di fascismo a causa dello spot elettorale molto contestato del ministro della Giustizia Ayelet Shaked, esponete del partito conservatore di Naftali Bennett. “Fascism” era il nome della boccetta di profumo del ministro comparsa nello spot, ma lei si era giustificata dicendo: «Solo autoironia». Meno arabi-israeliani si sono recati alle urne rispetto a cinque anni fa, cresce quindi la loro disaffezione per la politica. I partiti Raam-Balad e Hadash Taal conquistano in tutto 10 seggi in Parlamento e per Haaretz dovrebbero fare esame di coscienza. Hanno fatto molto discutere le telecamere piazzate dal Likud per spiare eventuali brogli nelle aree arabe, sulla vicenda è stata aperta un’inchiesta.