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Baghdad mette le mani sul petrolio del Kurdistan

Baghdad mette le mani sul petrolio del Kurdistan

Dopo aver smontato un tassello alla volta il sogno dell’indipendenza del Kurdistan iracheno, il governo di Baghdad passa adesso all’incasso mettendo le mani sui giacimenti di petrolio e sulle pipeline che per anni sono state sotto il controllo delle milizie peshmerga.

Il piano di Baghdad è riprendere pieno possesso della rotta energetica che collega i ricchi giacimenti petroliferi di Kirkuk al porto turco di Ceyhan sul Mediterraneo. Fino a poche settimane fa la strategica rotta energetica era saldamente nelle mani dei peshmerga che negli ultimi due anni, forti dell’appoggio militare statunitense, avevano scacciato dall’area i jihadisti dello Stato Islamico. L’ascesa petrolifera del Kurdistan iracheno ha però subito una brusca frenata nei giorni successivi al referendum sull’indipendenza del 25 settembre, conclusosi con un plebiscito a favore del sì (oltre il 90% dei voti).

Sostenuto da Turchia e Iran, in meno di tre settimane l’esercito di Baghdad ha preso il controllo dei giacimenti di Kirkuk e sospeso temporaneamente le esportazioni. L’obiettivo, adesso, è sostituire una parte dell’oleodotto esistente, danneggiata durante gli scontri tra peshmerga e ISIS, con un nuovo tracciato che unisce la città irachena di Baiji a Fish-Khabur, valico di frontiera con la Turchia.

 

Kirkuk_oil

 

L’accordo tra Baghdad e Ankara

A inizio novembre i vertici del ministero del Petrolio iracheno e i rappresentanti della compagnia di Stato SOMO (State Organization for Marketing of Oil) hanno incontrato a Baghdad una delegazione turca per mettere a punto il piano. La strada appare spianata anche se resta da sciogliere il nodo di un debito di circa 4 miliardi di dollari che Ankara vantava nei confronti della precedente gestione curda. Centrato il suo scopo prioritario, vale a dire impedire un potenziale effetto domino che l’indipendenza del Kurdistan iracheno avrebbe potuto innescare nelle regioni a maggioranza curda del sud della Turchia, il governo del presidente Recep Tayyip Erdogan potrebbe adesso chiudere un occhio e accantonare – almeno per il momento – la richiesta di risarcimento.

 

L’esplorazione di nuovi giacimenti

Secondo il ministero del Petrolio iracheno, la messa a regime dell’oleodotto Kirkuk-Ceyhan porterà a un raddoppio delle esportazioni di greggio portandole a circa un milione di barili al giorno. L’obiettivo rientra in un più ampio programma di ripresa del settore energetico nazionale. Il 27 novembre il ministro del Petrolio di Baghdad, Jabar al-Luaibi, ha lanciato un appello alle compagnie straniere affinché si facciano avanti per esplorare e sviluppare quelle riserve di petrolio e gas che per lungo tempo sono state abbandonate a sé stesse a causa dei conflitti degli ultimi decenni. I blocchi da esplorare in totale sono nove: cinque sono situati lungo i confini con l’Iran, tre al confine con il Kuwait e uno nelle acque del Golfo Persico.

L’elenco delle compagnie che si faranno avanti verrà ufficializzato il 29 novembre. Il termine per presentare le offerte sarà fissato a fine di maggio, mentre le buste verranno aperte il prossimo 21 giugno. Rispetto al passato i contratti di partnership varieranno in bassa alla fluttuazione del prezzo del petrolio.

L’Iraq è il secondo Paese produttore di petrolio tra gli Stati membri dell’OPEC (Organizzazione dei Paesi produttori di petrolio) dietro solo all’Arabia Saudita. La tenuta del suo bilancio pubblico dipende al 90% dalla vendita di greggio. L’economia nazionale ha subito enormi danni negli ultimi tre anni a causa sia della vasta offensiva lanciata dall’esercito del Califfato, sia per il crollo del prezzo al barile. Negli ultimi mesi la produzione è però gradualmente tornata a ritmi accettabili ed entro la fine del 2017 dovrebbe assestarsi sui 5 milioni di barili al giorno. Buona parte di questa risalita dipende dalla ripresa del controllo di Kirkuk e degli altri giacimenti che le autorità del Kurdistan iracheno si erano illuse di poter gestire autonomamente da Baghdad.

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