Elezioni in Iraq, il ritorno di Moqtada Al Sadr

Elezioni in Iraq, il ritorno di Moqtada Al Sadr

La coalizione Sairoon di Moqtada Al-Sadr è in testa nelle elezioni parlamentari tenutesi in Iraq lo scorso 12 maggio. Con oltre il 91% dei voti scrutinati, la formazione politica guidata dal leader sciita, tenuto ai margini della scena politica irachena negli ultimi quindici anni, è nettamente in testa e alla fine della conta delle schede dovrebbe ottenere 54 seggi dei 329 del parlamento.

Dietro di lui si sono piazzate la coalizione Fatah, appoggiata da Teheran e con a capo Hadi Al-Amiri, leader di una potente milizia che negli ultimi anni ha combattuto in prima linea contro lo Stato Islamico, e la coalizione Nasr del primo ministro uscente Haider Al-Abadi, alleato sia dell’Iran che degli Stati Uniti. Molto più dietro, infine, si è classificata la formazione dell’ex premier Nouri Al-Maliki, anch’egli appoggiato da Teheran e ricordato per aver condotto pesanti politiche discriminatorie nei confronti delle comunità sunnite durante i suoi due mandati alla guida del Paese (dal 2006 al 2014).

Queste elezioni sono state le prime tenutesi in Iraq dalla sconfitta dello Stato Islamico, anche se ciò che rimane dell’esercito del Califfo Al Baghdadi continua a rappresentare una minaccia in diverse aree della parte ovest del Paese lungo i confini con la Siria, specie nella provincia di Al Anbar. Rispetto all’ultimo voto del 2014, l’affluenza alle urne è stato inferiore del 15% con il 44,52% degli aventi diritto recatisi alle urne.

 

Il profilo di Moqtada Sadr

Moqtada Al Sadr oggi ha 43 anni. Figlio dell’ayatollah Muhammad Sadiq Sadr, assassinato nel 1999 dal regime di Saddam Hussein, Moqtada Al Sadr era poco conosciuto oltre i confini iracheni prima dell’invasione americana nel marzo del 2003. È stato allora che ha fondato l’Esercito del Mahdi, l’armata protagonista dell’insurgency irachena contro le truppe di occupazione a Najaf, Kerbala, Bassora e Sadr City. Al Sadr è entrato ben presto in rivalità con i due più grandi ayatollah iracheni, Kazim al-Hairi e Ali Sistani, e per promuovere la sua immagine, oltre ai sermoni del venerdì, ha creato anche un settimanale, Al Hawzah, bandito dalle autorità irachene perché incitava all’odio e alla violenza contro i militari americani.

Nel 2004 un tribunale iracheno ha emesso un mandato d’arresto nei suoi confronti per l’accusa dell’omicidio del leader moderato sciita Abdul Majid al-Khoei. Mandato che è stato poi ritirato per porre fine alle ostilità con gli americani grazie anche alla mediazione di Ali Sistani. Nonostante ciò, l’Esercito del Mahdi ha continuato a essere una spina nel fianco per gli Stati Uniti. In un rapporto diffuso dal Pentagono in quegli anni, l’armata di Sadr è stata descritta come la più grande minaccia per la sicurezza dell’Iraq – ancor più di Al Qaeda – per la sua capacità di infiltrarsi fino ai vertici dei ministeri dell’Interno e della Difesa di Baghdad con il sostegno dell’intelligence iraniana.

Moqtada Al Sadr è entrato ufficialmente in politica nel 2005. Raccogliendo attorno a sé il consenso di molte comunità sciite dell’Iraq, ha sfruttato la sua popolarità per ottenere un ruolo di rilievo nel governo del premier sciita Nouri Al Maliki. Ma nell’aprile del 2007, il suo partito, il Movimento Sadrista, ha rotto con il governo e i suoi sei ministri si sono dimessi.

All’inizio del 2007 si è trasferito in Iran nella città santa di Qom, dove ha approfondito i suoi studi religiosi, per tornare a Najaf nel 2011. Nel frattempo ha ordinato prima, nell’agosto del 2008, la sospensione a tempo indefinito delle attività militari dell’Esercito del Mahdi e successivamente, nel 2014, la formazione delle Brigate della Pace. Nel maggio del 2015 ha lanciato un messaggio di sfida allo Stato Islamico ottenendo con questa mossa il consenso di vari leader delle Brigate dell’Unità di Mobilitazione Popolare (Hashed al-Shaabi), decisive nella guerra contro ISIS negli ultimi anni. Nel 2016 ha guidato una grande protesta contro la corruzione, spingendo centinaia di suoi sostenitori a occupare il parlamento a Baghdad.

Lo scorso anno, con l’obiettivo di marcare ulteriormente le distanze da Teheran, è volato a Gedda per vedere di persona il principe ereditario saudita Mohammed Bin Salman. Un incontro che l’Iran non ha mai perdonato. Da quel momento il regime degli Ayatollah ha provato ad osteggiare Al Sadr in ogni modo. Nel febbraio scorso Ali Akbar Velayati, massimo consigliere del leader supremo della Repubblica Islamica Ali Khamenei, aveva dichiarato che né a lui né ai comunisti sarebbe mai stato permesso di governare l’Iraq. E adesso è certo che Teheran darà di tutto per impedirgli di avere un ruolo centrale nel nuovo esecutivo.

Per vincere queste elezioni Al Sadr ha puntato su una comunicazione politica rivelatasi vincente. Ha sciorinato slogan populisti e nazionalisti contro la corruzione e le disuguaglianze sociali e contro l’ingerenza delle potenze straniere (più dell’Iran che degli Stati Uniti). Una formula che ha permesso alla sua formazione di andare oltre gli steccati settari entro i quali era stato deciso l’esito delle ultime elezioni, e che ha consentito ad Al Sadr di primeggiare in 16 delle 18 provincie irachene, a eccezione di quelle a maggioranza curda di Dohuk e Kirkuk.

 

Chi governerà l’Iraq?

Per l’Iraq adesso si aprono scenari politici difficili da decifrare. Al Sadr si è detto disposto a lavorare insieme ad altri partiti per la formazione del nuovo governo: tra questi vi sono la coalizione Hikma di Amar Al-Hakim, la coalizione sunnita Al-Wataniyya e i partiti curdi Goran e Komal. Ma nonostante la sua vittoria, sono in molti a sostenere che alla fine non sarà lui a guidare il prossimo governo. È già accaduto nel 2010, quando il vicepresidente Ayad Allawi ottenne il maggior numero di seggi ma gli fu impedito di assumere l’incarico di premier su pressione proprio di Teheran.

Restano in piedi altre due ipotesi. La prima è un accordo tra la coalizione Fatah di Al-Amiri e il gruppo di Al-Maliki che godrebbe dell’appoggio totale dell’Iran. La seconda è una rielezione di Al-Abadi, che andrebbe bene sia agli USA che all’Iran, ma che di fatto assegnerebbe al Paese un governo già considerato debole ancor prima del suo insediamento. Sarebbe comunque una scelta difficile da far digerire al popolo iracheno.

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