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L’ira iraniana e la minaccia nucleare all’Europa

L’ira iraniana e la minaccia nucleare all’Europa

«Gli europei sognano se credono che l’Iran possa continuare a rispettare l’accordo (sul nucleare, ndr) nel caso entrino in vigore nuove sanzioni economiche contro di noi». A pronunciare queste parole minacciose è stata la guida suprema iraniana Ali Khamenei che, parlando da un luogo non casuale, ovvero il mausoleo dedicato al fondatore della Repubblica islamica Ayatollah Ruhollah Khomeini, ha annunciato di aver dato ordine ai suoi scienziati di ripristinare l’arricchimento dell’uranio a fini nucleari.

La mossa, chiaramente propagandistica – in realtà, una parte dell’eventuale ripresa dell’arricchimento è persino prevista dagli accordi JCPOA (Joint Common Plan of Action) siglati nel luglio 2015 a Vienna, sotto gli auspici di Barack Obama – intende con ogni evidenza puntare alla fine delle sanzioni che l’Amministrazione Trump ha ostinatamente ripristinato, in ragione della politica manifestamente anti-iraniana del nuovo governo.

«Il popolo e il governo dell’Iran non accetteranno di dover sopportare allo stesso tempo sanzioni e limitazioni in materia nucleare. Non accadrà mai» ha aggiunto Khamenei in riferimento all’Europa, nella speranza-convinzione di poter portare dalla sua una parte degli stati europei che erano e restano scettici circa la direzione politica e le scelte economiche intraprese da Washington. Germania, Francia e Gran Bretagna, anzitutto, che si sono spese per tentare di convincere un granitico Donald Trump, irremovibile perché convinto che la Persia degli Ayatollah sia il “male assoluto” del Medio Oriente attuale.

Pur criticando le mosse del presidente americano, comunque, nessuna decisione o iniziativa unilaterale è per ora scaturita da Berlino, Parigi o Londra. Tutti sono consapevoli che la situazione sullo scacchiere mediorientale si sta complicando anziché dipanarsi. E questo anche per colpa delle mire di Teheran, che si è spinto molto oltre la solidarietà al governo di Damasco, e che oggi punta a raggiungere l’egemonia attraverso un sempre più consistente intervento militare, che non può piacere né a Washington né tantomeno agli alleati (leggasi Israele).

Perciò, per adesso l’Europa degli stati continua a seguire pedissequamente Donald Trump, il quale ha voluto il ritiro da quell’accordo per dimostrare anzitutto che la voce degli Stati Uniti è forte e chiara, ma soprattutto in discontinuità con la precedente amministrazione. Se Barack Obama non aveva osato bombardare gli arsenali di Assad dopo l’uso di armi chimiche da parte di Damasco, infatti, Trump non ha esitato neanche 48 ore a dare l’ordine di attacco, in ossequio alla sua volontà di marcare una differenza sensibile rispetto agli otto anni di presidenza democratica, pur se in fin dei conti alla spettacolare iniziativa non è seguito alcun risultato tangibile né prolungato sul campo.

Di fatto, oggi la situazione sul campo mediorientale è in pieno stallo e forse anche per questo ogni capo di governo gioca ad alzare la posta sulla pelle dei siriani, puntando invero ad altro: cioè a un riconoscimento del proprio peso politico nella regione. In questo senso, il JCPOA siglato dagli iraniani è il primo a farne le spese. Certo, quell’accordo era migliore di molte iniziative precedenti, tutte naufragate per l’ostinazione soprattutto degli Ayatollah e del velenoso presidente Mahmud Ahmadinejad. Ma quando è stato infine siglato, nessuno probabilmente aveva considerato l’involuzione che avrebbe preso la guerra in Siria, che vede oggi un pericoloso incremento della presenza militare iraniana ai confini di Israele, tale per cui questo fatto inevitabilmente gioca in sfavore della reputazione e affidabilità della controparte persiana.

Chi come l’America è usa a ergersi in difesa di alleati storici come Israele, non poteva in alcun modo lasciarla passare agli iraniani. Così, è arrivato il segnale: far saltare i ponti ed eventualmente ricostruirli diversamente. La decisione dell’amministrazione Trump ha poi un sapore altamente simbolico, connesso anche al concomitante spostamento dell’ambasciata USA a Gerusalemme, quella contesa capitale d’Israele che crea non pochi mal di pancia al mondo arabo-musulmano, ma sulla quale Trump si è dimostrato ancora una volta inflessibile.

In definitiva, però, anche se di simboli si tratta, le ricadute sul piano politico ed economico, ancor prima che militare, si fanno già sentire in Medio Oriente. Se, infatti, poco dopo il discorso di Khamenei la casa automobilistica francese Peugeot ha annunciato che si ritirerà dall’Iran in ossequio alle rinnovate sanzioni americane, questo è già il segno dei tempi che ci attendono. E i primi a saperlo sono proprio gli Ayatollah.