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Il giallo brucia la Francia

Il giallo brucia la Francia

Questi gilet gialli mi ricordano il maggio 1968, che mise in crisi le riforme di De Gaulle, quelle iniziate con il “nuovo Franco” del 1958, il che rese la Francia oggetto delle grandi correnti inflazioniste che venivano dagli Usa e che Mon Général aveva, fino ad allora, rispedito al mittente.

Oggi, possiamo certo dire che la rivolta dei gilet jaunes indebolisce la Francia rispetto alla Germania, che non è affatto contenta delle finanze di Parigi, e la esclude temporaneamente (e qui dobbiamo ringraziare i gilet) dal quadrante libico. Berlino non vuole più i quattro milioni di dipendenti pubblici francesi (noi ne abbiamo tre) i costi per le colonie e i territori oltremare, il sistema atomico militare e civile che i tedeschi vogliono peraltro inglobare gratis nel computo comune europeo. Infatti, pochi giorni fa i tedeschi si sono insediati nel seggio al Consiglio di Sicurezza dell’ONU, che a Parigi spetta in qualità di “vincitore” (senza colpo ferire) della Seconda Guerra Mondiale…. Macron dovrebbe mettere la sua boria al posto giusto. Non a caso Khalifa Haftar, il feldmaresciallo di Tobruk, è venuto a Roma pochi giorni fa e in gran segreto. Sa bene che il servizio segreto francese non lo sorregge più come una volta.

Ma vediamo i dati economici e fiscali: secondo uno studio recente di “Le Monde”, dal 1959 a oggi la quota di reddito che le famiglie dedicano alle spese fisse è passata dal 12% al 30% del reddito medio. Le classi più povere, malgrado non paghino la tassa sul reddito, spendono almeno il 60% del salario per le spese fisse inevitabili: affitto, bollette, etc. Rimane poco. L’aumento del carburante grava poi solo per il 3% nelle spese di una famiglia media francese. Ma, per i ceti più poveri, anche il semplice aumento di questa percentuale diventa un problema. Il vero dramma, per le fasce “meno fortunate” non è poi la tassazione, ma la diminuzione progressiva e costante del reddito negli ultimi 60 anni.

Non ci sono qui soluzioni a breve, come nemmeno in Italia. Il rapporto debito/PIL della Francia è ormai al 96%, e crescerà rapidamente tra poco. Ogni spesa sociale, a questo punto, Macron o non-Macron, deve essere fatta in debito, e questo certamente non risolve il problema. Anzi, lo aggrava.

Il declino del reddito disponibile è, come in tutta Europa, il risultato di una distribuzione degli utili d’impresa che favorisce sempre gli azionisti ma mai i lavoratori dipendenti. E si tratta di una tendenza di lungo periodo. “Creare valore” per gli azionisti, come dicono i cretini del management. Ma ciò depriva l’impresa e i suoi lavoratori, che non vedono il becco di un quattrino da anni.

Detto questo la rivolta francese è nata da un aumento proposto, e ora ritirato, di 7 centesimi sulle accise del gasolio e di 4 centesimi su quelle della benzina. La misura più criticata, oltre i prezzi degli idrocarburi, è stata inoltre quella dell’abolizione macroniana della ISF, Impôt de Solidarité sur la Fortune. Una tassa sul reddito introdotta da Hollande. Secondo alcuni l’abolizione di questa entrata fiscale avrebbe causato all’erario una perdita di circa 3 miliardi, ma Macron ha varato anche un provvedimento, da ben 16 miliardi, per l’abolizione della tassa sugli immobili, che vale per oltre i due terzi dei contribuenti, oltre a un pacchetto di ben 40 miliardi di crediti di imposta per gli artigiani e le piccole e medie imprese.

Ma vediamo ora come è composto il sistema fiscale francese. In Francia ci sono esattamente 37.683.595 contribuenti. Tutti, nessuno escluso, pagano le cotisations sociales, ovvero la sanità e la pensione. Ma per quel che riguarda la tassa sul reddito, solo il 43% della platea fiscale è ritenuto tassabile. I contribuenti con reddito superiore ai 50mila euro sono il 10,8%, ma producono il 70,4% di tutto il gettito delle imposte sul reddito. La futura rivolta, eccola: quella dei tartassati e del ceto medio. L’imposta ISF che Macron ha abolito ha invece prodotto, nelle classi più agiate, la rivolta dei conti correnti aperti all’estero e delle cittadinanze fittizie. Come è accaduto a tanti attori di sinistra, del resto – ricordate Depardieu in Russia?

Quelli con un imponibile superiore ai 100mila euro sono quindi il 2% del totale, ma conferiscono il 40,2% del gettito. Ma una delle radici di questa rivolta è l’emarginazione sempre più evidente della popolazione povera o a medio-basso reddito francese. Sono ormai 100.000 i francesi che, ogni anno, tornano a vivere nei villages, in cerca di un costo della vita non ritmato su quello, pesantissimo, delle grandi metropoli. Sono proprio loro quelli più colpiti dall’aumento del costo del carburante, il 61% deli abitanti della “grande corona” parigina va sempre al lavoro in automobile, visto che i servizi pubblici sono pessimi.

Stretta sui salari, trasformazione dei contratti da stabili a temporanei (per il 54% dei casi) aumento dei costi del trasporto al lavoro, alla scuola, agli uffici. Ecco la composizione della miscela tonante che ha dato luogo alla rivolta dei gilet gialli. Il tasso di povertà è oggi piuttosto elevato, il 17%, e riguarda il 4% degli abitanti di Parigi. La metà della popolazione francese ha inoltre uno stipendio medio che va dai 1.139 ai 2,125 euro al mese, senza alcun aumento negli ultimi dieci anni – aumento che su questo tipo di salari non c’è stato neppure in Italia dagli ultimi venti anni. Ecco quindi le richieste dei gilet jaunes:

– risolvere subito il problema di 200.000 francesi che sono senza casa;
– imposta sul reddito fortemente progressiva (che abbiamo visto esistere già, ma non come vorrebbero i gilets);
– salario minimo a 1300 euro;
– smettere di far aprire e agevolare i grandi centri commerciali e favorire invece i piccoli commercianti.

Viene qui in mente il vecchio capo dei comunisti al consiglio comunale di Firenze, quando si discusse del primo supermercato in città. Si dichiarò contrario perché nei negozietti si può far credito, nei grandi magazzini no.

Poi, i gilets jaunes vogliono pensioni minime a 1200 euro, il collegamento dei salari e degli stipendi all’inflazione, la lotta contro le delocalizzazioni industriali e la lotta ai contratti a Tempo Determinato. Inoltre, vi sono altre 25 richieste particolari che qui non vi posso riassumere.

La prossima rivolta, dopo i gilet gialli, sarà piuttosto violenta e capiterà anche in Italia; unirà idee di destra e di sinistra; avrà come base quel ceto medio impoverito che il neocapitalismo crea in tutta la UE. Sarà una lotta della periferia contro i centri, una battaglia del paese “profondo” contro quelle che i maoisti cinesi chiamavano le “metropoli del mondo”.

articolo pubblicato su Alleo.it