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Come funziona la finanza islamica (seconda parte)

Come funziona la finanza islamica (seconda parte)

I più importanti centri finanziari islamici oggi sono localizzati nel Golfo Persico e in Malesia. I principali gruppi a livello mondiale sono il Dallah Albaraka Group – che ha poi compiuto una fusione con il kuwaitiano The International Investor – il Dar Al Maal al islaami trust, con sede legale nelle Bahamas e uffici in Europa, e l’Al Rajhi banking and Investment Corporation con sede a Ginevra.

La maggior parte di questi istituti ha origine saudita, in linea con il ruolo guida dell’Arabia Saudita nel panislamismo sunnita, laddove non c’è dubbio che una rete finanziaria internazionale islamica costituisce un ulteriore ed efficace strumento per estendere l’influenza saudita e wahhabita nel mondo musulmano.

La presenza di questi centri finanziari si fa sentire sempre più anche nel mondo occidentale. Nel 2004, la Financial Service Authority (FSA), ente britannico di controllo sulle aziende bancarie e finanziarie, ha concesso la licenza di operare nel Regno Unito alla Islamic Bank of Britain, che offre servizi di raccolta del risparmio, di erogazione del credito e di investimento in linea con i dettami della Sharia.

Nonostante ciò, si stima che, ancora oggi, solo il 50% delle transazioni finanziarie, incluse quelle internazionali, avvengano tramite operatori bancari ufficiali. Il resto è regolato secondo il sistema dell’hawala, che consiste in un modello di sistema bancario “informale” in assenza del mediatore bancario. L’istituto dell’hawala e le banche islamiche, del resto, sono governate dalla stessa legge sharaitica. Ma, mentre l’hawala è controllata e garantita dalle autorità religiose locali, le banche sono sottoposte alla supervisione di un ente, il Comitato della Sharia. Questo istituto ha lo scopo di conciliare i precetti islamici con il profitto, attraverso il controllo di migliaia di banche e istituti finanziari nel mondo, dei quali oltre duecento si trovano negli Stati Uniti e più di mille in Europa. Il Comitato della Sharia assicura anche che tali istituti offrano investimenti solo in attività produttive ammesse dall’Islam.

 

L’istituto dell’hawala

Il sistema hawala rappresenta la faccia nascosta della luna. Le movimentazioni di denaro legate al flusso hawala, infatti, raggiungono direttamente la comunità di appartenenza dei migranti, finanziando individui, famiglie, piccole imprese o intere comunità. Tutto nel pieno rispetto del divieto di riba. L’artificio consiste nello sconto dell’interesse maturato nel periodo occorrente ai trasferimenti di denaro, o, eventualmente, attraverso la sua capitalizzazione sul prezzo. In modo tale che, almeno formalmente, pur essendo stato conteggiato l’interesse non appaia.

Infatti, un circuito bancario informale permette di trasferire ingenti somme di denaro da un paese all’altro senza lasciare tracce e, soprattutto, senza trasferire materialmente il denaro. Attraverso il sistema hawala, quindi, chiunque voglia trasferire una determinata somma di denaro all’estero, senza avvalersi dell’opera di un intermediario legale, concorderà con un operatore clandestino la commissione e il tasso di cambio e, a fronte del versamento della somma da trasferire, otterrà in cambio una “ricevuta-simbolo”.

Sarà proprio la presentazione e/o l’indicazione di tale ricevuta a un corrispondente “banchiere” operante nel paese in cui si vuol far giungere detta somma, a consentire il perfezionamento della transazione, senza che si sia neppure verificato il materiale spostamento del denaro. Ad esempio: un uomo da Islamabad chiama il suo contatto a New York e gli dice: «verrà da te K, dagli 3 agnelli» oppure «K ha bisogno di 5 galline», laddove un agnello potrebbe valere 10mila dollari ed una gallina mille.

Il contatto di New York, che erogherà la somma, è quasi sempre titolare di una propria attività legale – un supermercato, un call center, un negozio di bigiotteria, etc. – in grado di coprire l’attività illecita e di camuffarne i pagamenti paralleli con fatture relative ad acquisti e/o vendite di beni o servizi realmente avvenute. Costui verrà poi rimborsato con una commissione comunque inferiore a quelle bancarie, da amici e parenti di K nel paese dal quale è partito il pagamento. Tutto molto semplice e immediato.

È quindi verosimile ipotizzare che detti circuiti clandestini, oggi immuni a ogni controllo, stornando in parte o completamente le provvigioni a loro favore (anche in ossequio al principio della Zakat, una beneficienza che si traduce in una sorta di autotassazione a favore dell’ideale islamico) permettono alle organizzazioni che li gestiscono di lucrare commissioni notevoli, naturalmente in nero, con il rischio che parte di questi soldi finisca in possibili finanziamenti a organizzazioni terroristiche.

Del resto, paradossalmente ogni restrizione in chiave antiriciclaggio, necessariamente presente nel circuito bancario formale, costituisce un vantaggio per i circuiti paralleli, che proprio per tale ragione vengono sempre più sfruttati dalle organizzazioni che non vogliono soggiacere a tali restrizioni.

(Segue dalla prima parte)

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