Jihadisti in Europa, la versione del Marocco

Jihadisti in Europa, la versione del Marocco

Nel “Piano Marshall” che l’Unione Europea intende lanciare per sostenere la crescita economica dell’Africa e contenere i flussi migratori impedendo che il jihadismo prenda il sopravvento, uno dei principali interlocutori nella sponda sud del Mediterraneo sarà il Marocco. Un dialogo necessario, consolidato da tradizionali rapporti di “buon vicinato” e che oggi gode del vantaggio di poter fare leva sulla spinta riformatrice di Re Mohammed VI. È un confronto su cui, però, pesa la scia di sangue lasciata dalla cellula di terroristi di origine marocchina affiliata allo Stato Islamico, che il 17 agosto 2017 ha fatto strage nel centro di Barcellona e nella vicina Cambrils. «Quanto avvenuto non è colpa nostra, c’è una responsabilità comune che condividiamo con l’Europa», spiega l’Ambasciatore del Regno del Marocco in Italia, Hassan Abouyoub (foto in apertura).

Dove hanno fallito Marocco, Spagna ed Europa?

È giusto che il Marocco si chieda qual è la sua responsabilità rispetto a ciò che è accaduto a Barcellona, visto che i terroristi sono al 99% cittadini europei di origine marocchina di seconda o terza generazione. Bisogna però chiarire anche di chi è la responsabilità rispetto alla loro educazione, considerato che vivevano da tempo in territorio europeo, e capire fino a che punto noi possiamo intervenire in paesi sovrani come la Spagna. Quello che molti hanno dimenticato è che la responsabilità di quell’attentato è comune a tutti. Abbiamo sbagliato sia noi sia i governi europei nel gestire i flussi migratori dal Nord Africa verso l’Europa, nel non aver favorito l’integrazione di queste persone in Europa e, soprattutto, nel non aver dato loro i mezzi culturali necessari per non cadere nel radicalismo e nella violenza. Queste sono colpe che vanno condivise.

Gestione dei flussi migratori, controlli transfrontalieri, intelligence. Cosa non ha funzionato?

Partiamo dal presupposto che non c’è una politica chiara e comune sulla gestione dei flussi migratori da parte dell’Unione Europea. C’è l’accordo di Schengen, ma non una politica comune sull’integrazione dei migranti e sul riconoscimento del loro status dopo il trattato di Dublino. Ciò che serve, prima di tutto, è una coesione dell’Europa su questi temi. Questo è il momento in cui insieme possiamo e dobbiamo confrontarci su un vero partenariato per affrontare le sfide dell’immigrazione. Sono questioni che allo stato attuale non sembrano avere una portata così grave, ma che tra vent’anni avranno delle dimensioni non più gestibili, se non interverremo per tempo.

Si parla da sempre del Marocco come di un paese-ponte per unire Africa ed Europa, anche attraverso l’Italia. Quanto c’è di vero in questa visione?

Tra Marocco ed Europa sono già in essere forme di cooperazione e di partenariato molto intense che stiamo continuando a sviluppare e ad adattare alle sfide geopolitiche globali e regionali per ciò che compete non solo la Libia, ma l’intera area del Mediterraneo e tutta l’Africa. Il lavoro del governo italiano e dell’ambasciata marocchina in questo ambito è costante. Tuttavia, aspettiamo l’esito delle prossime elezioni in Italia per capire meglio dove andrà il vento.

Intervista estratta dal numero 0 di Babilon

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