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Foreign fighters: i problemi della Francia

Foreign fighters: i problemi della Francia

Con lo sgretolamento dello Stato Islamico almeno a livello territoriale, la minaccia terroristica in Europa è aumentata a dismisura. Se del destino di Abu Bakr Al Baghdadi nessuno sa più nulla, qualche certezza inizia ad affiorare invece sul conto dei foreign fighters rientrati nei Paesi d’origine dai teatri di guerra di Siria e Iraq.

È del 27 dicembre la notizia secondo cui sarebbero rifugiati in Turchia circa 300 jihadisti inglesi fuggito dopo le cadute di Mosul in Iraq e di Raqqa in Siria. Dei circa mille combattenti inglesi partiti per il Medio Oriente dal 2014 si stima che la metà sia tornata in Inghilterra, circa 150 sarebbero morti in battaglia mentre gli altri o sono in fuga o al riparo in attesa di rientrare in Gran Bretagna.

 

 

Entrati in Turchia, non tutti i miliziani jihadisti sono però riusciti a nascondersi. Le carceri turche sono infatti piene di foreign fighters francesi, tedeschi, inglesi, olandesi e belgi, arrivati nel Paese in molti casi per poter ritirare il denaro “guadagnato” durante la loro permanenza sui fronti di guerra. È infatti noto come il sistema bancario turco, così come diverse filiali di istituti esteri, si siano “prestati” a lungo affinché il denaro dei foreign fighters venisse versato e rimanesse in Turchia per fruttare qui interessi. Così come è noto che molti combattenti con questo denaro hanno inviato in Turchia commerci e attività imprenditoriali, il tutto sotto l’occhio evidentemente poco vigile del MİT (Millî İstihbarat Teşkilâtı), i servizi segreti turchi.

Prossimamente, oltre con le migliaia di combattenti stranieri che prima o poi torneranno in Europa (a tal proposito il ministro degli Interni italiano Marco Minniti ha recentemente parlato di 25.000 combattenti di ritorno), il nostro continente dovrà fare i conti anche con le organizzazioni islamiste già radicate in molti Paesi e con tutti coloro che sono sospettati di voler pianificare attentati.

 

 

Il caso più preoccupante è quello della Francia dove sono circa 13.000 le persone monitorate. Nelle carceri francesi sono migliaia i detenuti che si sono radicalizzati durante il periodo di detenzione. Secondo le ultime cifre fornite dal ministro della Giustizia francese Nicole Belloubet sono 509 gli individui condannati o accusati per atti di terrorismo e 1.157 i detenuti radicalizzati, dei quali 70 sono in isolamento dopo essere stati a contatto con carcerati comuni. In questo stato di cose è paradossale che nei prossimi mesi in Francia detenuti finiti dietro le sbarre per reati di terrorismo usciranno dal carcere.

 

 

Secondo Jean-Charles Brisard, presidente del think tank Centre d’Analyse du Terrorisme (CAT), la minaccia che si profila all’orizzonte è sempre più grande perché nessuno è in grado di stabilire il grado di pericolosità di chi sta per tornare a piede libero. Stando alle ultime statistiche stilate dal CAT, 126 dei foreign fighters rientrati in patria sono già stati processati e condannati, in media a pene detentive di sei anni con qualche eccezione a fino a dieci anni. Sempre Brisard si pone un quesito che anche le autorità francesi dovrebbero farsi: «Il carcere è davvero un deterrente per le persone che hanno combattuto nei teatri di guerra?».

Le stime del CAT dicono che entro il 2020 il 60% dei condannati verrà rilasciato, e allo stato attuale su 13 individui processati sette potranno essere rilasciati entro i prossimi due anni. Dopo che accadrà? Cosa faranno, dove andranno e che grado di pericolosità sociale avranno queste persone? Le autorità francesi sembrano non avere né il tempo né le risorse per rispondere a queste domande. Vengono travolte dai casi da perseguire in patria e all’estero: una “marea nera” in cui l’Islam radicale sguazza, che per essere solamente gestita a livello amministrativo costa miliardi di euro a tutti i Paesi europei. Ulteriore beffa per il Vecchio Continente.

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