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Cosa c’entra Putin con le elezioni italiane?

Cosa c’entra Putin con le elezioni italiane?

Esattamente un anno fa negli Stati Uniti iniziava il Russigate, una campagna denigratoria contro il presidente degli Stati Uniti Donald Trump. Dodici mesi dopo, però, le accuse di ingerenza del Cremlino nelle elezioni del novembre del 2016 che portarono il tycoon newyorchese alla Casa Bianca non sono state dimostrate. Ma non solo. I democratici americani non smettono di rilanciare e ieri, mercoledì 10 gennaio, attraverso lo staff del senatore Ben Cardin hanno diffuso un nuovo report sulle presunte pressioni di Mosca in altre competizioni politiche, comprese quelle del prossimo 4 marzo in programma in Italia. Titolo del dossier L’assalto di Putin alla democrazia in Russia e in Europa: le implicazioni per la sicurezza nazionale americana. Lega Nord e Movimento 5 Stelle i partiti sospettati di aver ricevuto sostegno dal governo russo. In attesa di capire se anche queste ennesime accuse mosse nei confronti di Vladimir Putin si scioglieranno come neve al sole, ripercorriamo i momenti topici del Russiagate.

 

Cos’è il Russiagate

Per Russiagate s’intende il problema, che per i democratici è così grave da giustificate l’impeachment, dei veri o presunti incontri tra collaboratori del neo presidente e diplomatici russi, sia durante il periodo della transizione sia dopo il suo insediamento alla Casa Bianca. Sull’argomento si è mobilitata la stampa liberal con critiche ogni giorno più pesanti, mentre il Congresso ha avviato un’inchiesta bicamerale e l’FBI ha aperto un’investigazione.

La campagna stampa anti-Trump, che ha portato ad esempio alle dimissioni del Consigliere per la sicurezza nazionale, Michael Flynn, accusato di aver mentito sui suoi contatti con l’ambasciatore russo a Washington, si è basata finora su indiscrezioni fatte filtrare ai media da ambienti dell’intelligence ostili alla nuova amministrazione. Trump ha reagito affermando di essere stato spiato e intercettato insieme ai suoi collaboratori per «ordine di Obama». Finora, a parte le ammissioni di Flynn, non sono però emerse prove né dello spionaggio ai danni di Trump, né dei contatti tra suoi uomini e diplomatici di Mosca.

Probabilmente i servizi americani, la National Security Agency in particolare, hanno monitorato le attività russe in America durante questa travagliata stagione politica, ma non possono esibire prove di contatti tra inviati del Cremlino con cittadini americani perché per legge questi ultimi possono essere intercettati soltanto su autorizzazione di un giudice. Per questo, finora, la campagna sul Russiagate si è dovuta basare soltanto sulle volenterose soffiate di “anonime fonti d’intelligence”.

 

 

Il ruolo di Obama

Mai, nella storia recente degli Stati Uniti, si è assistito a una transizione tanto turbolenta quanto quella alla quale abbiamo assistito, con un presidente uscente – Barack Obama – che nel tentativo di delegittimare il suo successore, commissiona alla comunità d’intelligence un’indagine sulla possibile influenza illecita esercitata dai servizi segreti russi nell’orientare l’elettorato americano nell’ultimo voto presidenziale, a favore del candidato dei repubblicani.

Il report, intitolato Assessing Russian Activities and Intentions in recent US elections, è presentato su ordine di Barack Obama a Donald Trump il 6 gennaio scorso durante un incontro tra il neo presidente e gli allora vertici delle agenzie d’intelligence americane: James Clapper, direttore della National Intelligence; John Brennan, direttore della CIA; Michael Rogers, direttore della NSA; James Comey, direttore dell’FBI.

La pubblicazione del rapporto ha un’eco mondiale, che scatena commenti velenosi contro il presidente russo Vladimir Putin, accusato dai media americani e a seguire da quelli europei, di aver favorito l’elezione del “suo amico” Donald Trump inquinando il processo elettorale che ha portato quest’ultimo alla Casa Bianca.

In sostanza, stando alle ricostruzioni dei giornali basate su una lettura superficiale del report, i servizi segreti russi sarebbero stati in grado di manipolare le intenzioni di voto degli elettori americani, screditando Hillary Clinton dopo una massiccia campagna d’intrusione elettronica nei computer dei suoi più stretti collaboratori e in quelli di non specificate “istituzioni americane”. Sempre i servizi segreti russi avrebbero successivamente fornito notizie in grado di imbarazzare la candidata democratica al sito Wikileaks di Julian Assange, il quale poi le ha rese pubbliche nelle ultime settimane della campagna presidenziale.

In realtà, un’attenta lettura delle 25 pagine dell’analisi condotta dalle agenzie di intelligence porta a conclusioni meno tranchant di quelle comparse sui titoli dei giornali. Infatti gli analisti dell’intelligence americana, se da un lato accusano esplicitamente il servizio segreto militare russo GRU di aver orchestrato una «vasta campagna di operazioni sotto copertura per avere accesso a personaggi coinvolti a livello statale e locale nel processo elettorale», dall’altro concludono che «non ci sono prove di una macchinazione che abbia alterato il voto dell’8 novembre». Ma questo è solo l’inizio di un assalto violentissimo contro il titolare della Casa Bianca, l’organo di governo degli Stati Uniti. Un assalto che a oggi non conosce fine.

 

 

Le “fake news” dei servizi segreti

Nel gennaio del 2017, quando ancora non si è insediato alla Casa Bianca, Donald J. Trump riceve il primo attacco diretto: è stato accusato dai servizi segreti americani di essere sotto ricatto da parte di Mosca sin da quando i russi hanno iniziato a monitorarlo raccogliendo informazioni compromettenti a suo carico, di natura personale e finanziaria.

La dimostrazione di questa tesi, che sarà alla base di ogni successiva “rivelazione” giornalistica, parte con un documento considerato “esplosivo” fatto trapelare dall’FBI alla stampa. Si scoprirà solo dopo trattarsi di un palese falso: una finta nota spese per una notte passata da Trump al Ritz Carlton di Mosca con prostitute e una serie di strani affari immobiliari di uomini molto vicini al neo-presidente eletto. Il falso dossier di 35 pagine viene fatto uscire a nove giorni dal giuramento del presidente eletto, proprio nel giorno in cui Trump deve tenere la sua prima conferenza stampa. È questo episodio che sdogana definitivamente nei media il neologismo “fake news”, notizie non vere confezionate ad arte e fatte circolare per danneggiare e screditare agli occhi dell’opinione pubblica. Il presidente degli Stati Uniti ne fa un simbolo e di qui in avanti parlerà spesso di “fake news”.

Il dossier, infatti, si scopre essere stato confezionato ad arte da un ex agente dell’intelligence britannica, che ha agito su commissione di alcuni oppositori repubblicani di Trump, che volevano tagliarlo fuori dalla corsa alle primarie. Ma, dopo che Trump ha sbaragliato la concorrenza nel partito, il dossier finisce nelle mani dei democratici, quindi dell’FBI e degli agenti segreti americani e, infine, sul tavolo dello stesso presidente Barack Obama. Che si guarda bene dal divulgarlo, sapendo che si tratta di una patacca.

Tale è l’imbarazzo dei servizi segreti che James R. Clapper, direttore dell’Intelligence Nazionale, l’11 gennaio 2017 è costretto a pubblicare una lettera di scuse alla nazione, nella quale afferma: «Questa sera ho avuto l’opportunità di parlare con il presidente eletto Donald Trump per discutere dei recenti rapporti dei media sui nostri briefing dello scorso venerdì. Ho espresso la mia profonda costernazione per le fughe di notizie apparse sulla stampa, ed entrambi abbiamo convenuto che esse sono estremamente corrosive e dannose per la nostra sicurezza nazionale. Abbiamo anche discusso del documento della compagnia di sicurezza privata, che ha avuto ampia diffusione negli ultimi mesi tra i media, i membri del Congresso e il personale del Congresso ancor prima che la Comunità d’Intelligence (IC) ne venisse a conoscenza. Ho sottolineato che questo documento non è un prodotto della Comunità d’Intelligence degli Stati Uniti e che non credo che le fughe di notizie siano venute dall’interno della IC. La Comunità d’Intelligence non ha espresso alcun giudizio sul fatto che le informazioni contenute in questo documento possano essere affidabili, e non abbiamo fatto in alcun modo affidamento su di esso per trarre le nostre conclusioni».

 

Il “caso Lavrov”

Il 15 maggio il Washington Post dà notizia di alcune informazioni d’ntelligence top secret rivelate da Donald Trump al ministero degli Esteri russo Sergei Lavrov e all’ambasciatore russo Serghei Kislyak. L’autorevole quotidiano sostiene che nell’incontro nello Studio Ovale del 10 maggio tra Trump, Lavrov e l’ambasciatore russo Kislyak, il presidente abbia rivelato «informazioni in codice (code-word information) altamente classificate» riguardo le capacità dello Stato Islamico di compiere attentati sugli aerei collocando ordigni esplosivi all’interno dei computer portatili. Nel dare la notizia, il Washington Post dichiara di aver ricevuto questa informazione da funzionari che operano all’interno dell’attuale Amministrazione.

In questo modo, è la tesi, il presidente avrebbe bruciato una fonte del Mossad israeliano parlando con Lavrov della sicurezza aerea. La notizia suscita un coro assordante di reazioni giornalistiche e un fiume di riflessioni preoccupate sul fatto che il presidente possa aver messo in pericolo la sicurezza degli Stati Uniti, rivelando a una potenza “nemica” informazioni segrete. S’ipotizza che, per colpa di Trump, i servizi segreti alleati dell’intelligence americana cesseranno di collaborare con gli Stati Uniti nella lotta anti-terrorismo. Mentre il Cremlino liquida lo scoop come un insieme di «sciocchezze senza senso», Israele e la Gran Bretagna deludono le aspettative di chi era certo della fine della collaborazione informativa con gli Stati Uniti, quando sia Benjamin Netanyhau che Theresa May si affrettano a dichiarare che i legami tra i rispettivi servizi e quelli di Washington restano saldi.

Dopo ventiquattrore di riflessione e polemiche velenose, si scopre però che Trump, anche se avesse rivelato segreti a Lavrov, non avrebbe commesso alcun reato. In quanto, secondo la costituzione degli Stati Uniti, egli è il «comandante in capo» e, come tale, detiene il diritto di usare le informazioni segrete secondo il suo insindacabile giudizio. Con mossa ironica, Vladimir Putin il successivo 17 maggio – durante la conferenza stampa congiunta con il premier italiano Gentiloni a margine dell’incontro bilaterale Italia-Russia di Sochi – comunica ai giornalisti di essere disposto a fornire al Congresso copia dei verbali dell’incontro tra Lavrov e Trump da cui si potrebbe chiaramente evincere, a suo parere, che il presidente americano non ha rivelato alcun segreto.

 

 

Il “caso Comey”

Mentre le polemiche sul “caso Lavrov” cominciano a perdere mordente, il fuoco viene sapientemente ravvivato il 16 maggio. Questa volta, per par condicio, le fonti anonime si rivolgono al New York Times. Alcuni stretti collaboratori di James Comey – l’ex direttore dell’FBI silurato da Trump agli inizi di maggio – rivelano (sempre anonimamente) che dalla lettura di un memorandum steso dall’ex direttore ai primi di febbraio dopo un incontro con Trump alla Casa Bianca, si evince che il presidente avrebbe tentato di «ostacolare il corso della giustizia» facendo pressioni sull’FBI affinché interrompesse le indagini sui possibili contatti con la Russia del suo ex consigliere per la sicurezza nazionale, Michael Flynn.

In realtà, stando a quanto riportato dalle stesse fonti anonime dell’FBI, Trump avrebbe espresso solo «la speranza» che il direttore lasciasse «cadere la cosa» («I hope you can let this go») in quanto Flynn era «un brav’uomo». Questa battuta è stata generalmente interpretata da commentatori e parlamentari democratici come espressione di un comportamento criminale da parte di un presidente che, avendo tentato di ostacolare la giustizia, deve essere messo sotto procedura d’impeachment e rispedito rapidamente nella Trump Tower di New York, dopo aver vinto in modo costituzionalmente legittimo le elezioni dell’8 novembre 2016.

Le parole riportate dalle fonti anonime e rilanciate con clamore dal New York Times contraddicono però quelle dell’attuale direttore facente funzioni dell’FBI, Andrew Mc Cabe che, deponendo sotto giuramento di fronte a una commissione parlamentare, ha dichiarato in riferimento all’indagine sui possibili rapporti tra membri dell’amministrazione e diplomatici di Mosca: «non c’è stato alcun tentativo, fino a questo momento, di ostacolare la nostra inchiesta. Per dirla in modo semplice, non c’è modo di bloccare il lavoro degli uomini e delle donne dell’FBI in difesa della Costituzione degli Stati Uniti».

 

La questione “impeachment”

Una dichiarazione ufficiale fatta sotto giuramento che, tuttavia, è immediatamente sparita sotto il tappeto dei media di fronte alle peraltro datate (perché risalenti allo scorso febbraio) «rivelazioni» degli anonimi agenti dell’FBI. Nonostante questo, sulla stampa liberal si sono fatti subito paragoni con il caso Watergate, trascurando il fatto che Richard Nixon nel 1972 si rese realmente responsabile di un «comportamento criminale» quando autorizzò un gruppo di esiliati cubani al comando di un ex agente della CIA a penetrare illegalmente nei locali dell’albergo (che ha poi dato il nome alla scandalo) dov’era il comitato elettorale democratico, per piazzare delle microspie.

Ora, di fronte a questo e agli altri reati compiuti dall’allora presidente Nixon, costretto nel 1974 alle dimissioni dopo una serie d’inchieste penali e congressuali che avrebbero portato inevitabilmente al suo impeachment, le accuse a Trump (che, comunque, tra gaffe e tweet fa di tutto per farsi del male da solo) appaiono assolutamente veniali. Eppure, quella metà dell’America che non riesce ad accettare il risultato delle elezioni di novembre, grazie anche a una campagna stampa alimentata dal sabotaggio, spinge verso una fine anticipata della presidenza Trump costi quel che costi.

Intanto, il vice ministro della Giustizia Rod J. Rothenstein, ha nominato l’ex direttore dell’FBI Robert Mueller alla carica di Procuratore Speciale, e lo ha incaricato di investigare sul Russiagate. Una buona notizia pensata per rimettere l’inchiesta nelle mani giuste, togliendola cioè all’azione esclusiva dei media, decisi a dimostrare il loro potere abbattendo un presidente regolarmente eletto, con l’aiuto costante di talpe che stanno corrodendo le basi della democrazia americana. Ma l’effetto sortito non è stato quello sperato. E, a un anno esatto dalle più velenose e detestabili elezioni presidenziali americane, siamo al punto di partenza.

Quanto sin qui descritto non significa affatto che il presidente in carica, Donald J. Trump, sia esente da colpe o debba essere ritenuto innocente a priori. Ma questa teoria perniciosa del Russiagate appare più come uno scontro politico tra apparati dello stato che non come un’inchiesta tesa a dimostrare un illecito. Inoltre, chi ha alimentato e continua ad alimentare il Russiagate, sta girando da mesi intorno al caso senza però ancora aver trovato la cosiddetta “pistola fumante”. Che se non salterà fuori, non avrà fatto altro che gettare ulteriore discredito sulle istituzioni americane, provocando un danno nell’immagine e nella sostanza per quella che sino a poco tempo fa eravamo abituati a chiamare “la più grande democrazia del mondo”.

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