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Battaglia finale a Tripoli. Ore decisive per il futuro della Libia

Battaglia finale a Tripoli. Ore decisive per il futuro della Libia

La battaglia di Tripoli si avvicina. E con essa la fase finale della guerra cominciata nel 2011, con la caduta di un regime pluriennale che, sotto la figura dispotica di Muammar Gheddafi, aveva unificato il paese e gli aveva dato stabilità e rilievo internazionale. Da allora, come noto, il paese non è mai più tornato unito e, anzi, è precipitato in un interminabile alternarsi di recrudescenze tribali, jihadiste e mafiose, la maggior parte delle quali dominate dai signori della guerra del Sahel, che hanno fatto della Libia odierna uno dei più grandi mercati neri di tutta l’Africa e Mediterraneo.

Il generale Khalifa Haftar è in marcia da giorni verso l’odiata capitale storica, alla testa di un esercito di 50mila uomini provenienti quasi esclusivamente dalla “sua” Cirenaica. Ha preparato questo momento per mesi, forse anni. Ma solo in quest’inizio di primavera il comandante “Shibani” (vecchio), com’è soprannominato Haftar, ha intravisto l’opportunità di conquistare una volta per tutte il potere. E ha quindi forzato la mano, prima che la Conferenza di Gadames – ovvero le potenze straniere – determinassero il destino politico della Libia al suo posto.

La situazione in città

Intanto, in città sono iniziati i primi scontri pesanti che si alternano a frenetici preparativi per fronteggiare la minaccia più incombente: l’ingresso in forze dei militari nel cuore cittadino. Le milizie, che qui spadroneggiano, attendono a ore un più pesante assalto, consapevoli che le truppe di Haftar sono già stabilmente attestate nelle periferie. E difatti i primi incursori hanno varcato i confini cittadini, recando con sé un messaggio di avvertimento alla popolazione tripolina: chi si vuole unire anche con le proprie armi ai conquistatori è libero di farlo, chi vuole arrendersi può issare bandiera bianca sulle proprie abitazioni (sedi diplomatiche comprese), per tutti gli altri non ci sarà pietà alcuna.

Mentre accade tutto questo, il debole governo di Fayez Al Serraj – insediatosi per volere dell’ONU e ostinatamente sostenuto anche dall’Italia – è in procinto di essere spazzato via, dopo essere stato mantenuto in piedi con accanimento terapeutico, grazie ai buoni uffici delle forze internazionali, alla corruzione endemica e, non ultime, le preghiere dei fedeli che sono rimasti pazienti finché hanno potuto.

Da Serraj, in fondo, non ci si poteva aspettare di più: il premier è un civile in un paese battagliero, un architetto in una città dai palazzi fatiscenti, un borghese in una società tribale e rurale. Semplicemente, l’uomo sbagliato su cui puntare. Non a caso, nei giorni del suo insediamento, era stato letteralmente trasportato via mare dentro al palazzo del governo dai soldati italiani, scegliendo di dormire ogni notte a bordo di una nave militare per precauzione. Come a dire, chi ben comincia…

La posizione americana e l’Italia in stato confusionale

Quest’epoca si sta avviando velocemente alla conclusione: nessuno, infatti, sinora è corso in suo aiuto. Né l’Italia, né gli Stati Uniti o i caschi blu dell’ONU si sono affrettati a dare il sostegno logistico e la copertura militare che si richiederebbe a un alleato in simili frangenti, mentre Haftar continua ad ammassare truppe e bombardare obiettivi strategici come l’aeroporto di Mitiga. Segno che la speranza di mantenere in piedi il suo governo, se mai vi è stata, è ormai del tutto tramontata.

Il più ineluttabile dei segnali lo ha dato proprio l’esercito americano, che pochi giorni fa ha evacuato in fretta e furia le proprie sedi tripoline. Ben diverso atteggiamento da quando, durante la guerra civile, in una sola notte i cacciatorpedinieri a stelle e strisce riversarono oltre un centinaio di missili Tomahawk contro i nodi nevralgici delle strutture del potere gheddafiano, mettendolo in ginocchio per sempre. Il mesto spettacolo del 2019 vede, al contrario, gli hovercraft e gli altri mezzi navali ipertecnologici USA salpare verso il mare aperto, abbandonando il terreno prima che la situazione si scaldi e si debba essere costretti a rispondere al fuoco.

Quanto all’Italia, il segnale più chiaro è arrivato dall’ENI che, unica tra le compagnie internazionali operanti in Libia, mai aveva evacuato il proprio personale italiano in maniera così risoluta. Stavolta invece, sebbene “in via precauzionale”, lo ha fatto quasi prematuramente e con il pieno sostegno del Ministero degli Affari Esteri (il personale italiano dell’Eni in Libia è presente a Tripoli, nel giacimento di Wafa, in Tripolitania, e in quello di El Feel, a sud), presagendo l’ineluttabile.

Ancora l’11 aprile, il premier italiano Conte ha incontrato emissari di Haftar tramite un ponte aereo che i servizi segreti italiani hanno aperto con Bengasi, ma l’esito è stato balbettante, con Giuseppe Conte che si dice “preoccupato per l’escalation” (ma va?), Matteo Salvini che tuona contro la Francia che “gioca alla guerra” e Luigi Di Maio che, in pieno stato confusionale, fa una dichiarazione oscura sostenendo di non volere una non meglio precisata “Libia-bis”. Unica certezza, le rassicurazioni di Haftar sulla volontà di non colpire l’Ambasciata italiana che sorge sul lungomare di Tripoli, dove ancora i nostri sono operativi.

Gli esiti prevedibili

Al netto di tutto ciò, non si deve sovrastimare il peso reale dell’esercito del generale Haftar, che non è molto. Ragion per cui prendere Tripoli potrebbe non essere così facile. Certo, “Shibani” può contare su uomini a lui molto fedeli, ma alcuni di loro non sono esattamente ben addestrati, e molti guidano mezzi per la maggior parte vetusti (vedi la flotta aerea), di certo inadatti a tenere sotto controllo il paese ancora a lungo. Ecco perché, per garantirsi le retrovie, ha dovuto stringere numerosi patti con le tribù del Fezzan e del resto dell’entroterra desertico.

Dopodiché, per avventarsi su Tripoli e portare il colpo ferale, conta soprattutto sulla collaborazione di molte milizie indipendenti che, messe alle strette e pagate il giusto prezzo, a suo dire defezioneranno e confluiranno nella sua armata. Secondo i calcoli dell’intelligence libica, infatti, la maggior parte di loro sceglierà di stare dalla parte di Bengasi, perché Haftar ha promesso loro che alla fine della guerra saranno premiati e potranno far parte dell’esercito che verrà, ricevendo così un posto fisso e uno stipendio sicuro a fine mese. Perché questa, va ricordato, è una guerra tra poveri, combattuta da chi non ha più speranza in un domani di pace. E, alla fine di tutto, quello che chiedono tutti gli attori in campo, a partire proprio dalle milizie (dove militano dai ragazzini ai loro nonni), è avere il pane garantito.

Dunque, la mossa repentina del generale Khalifa Haftar ha smascherato le doppiezze dei governi a vario titolo implicati nella geopolitica mediterranea. E ha messo tutti con le spalle al muro, dimostrando al contempo: l’incapacità e le velleità delle Nazioni Unite d’incidere nel processo di risanamento del paese; lo scarso interesse americano per il petrolio e l’hub libico; la furbizia francese nello scegliersi l’alleato giusto da foraggiare a fini domestici; l’interesse dei militari egiziani al potere nell’avere al proprio confine chi parla la loro stessa lingua. Ma, soprattutto, l’inadeguatezza della politica italiana nel leggere correttamente la situazione geopolitica e nel reagire di conseguenza, con quel pragmatismo e senso della realtà che si richiederebbero a chi conosce la Libia alla perfezione. Roma è così passata in pochi mesi da essere protagonista a spettatore delle vicende libiche. E per che cosa? Forse, per qualcosa di poco più che un bottino elettorale.

In copertina: Foto Reuters