Attività di profiling e di osservazione Humint

Attività di profiling e di osservazione Humint

ATTIVITA’ DI PROFILING E DI OSSERVAZIONE HUMINT: QUALI DINAMICHE COGNITIVE E COMPORTAMENTALI SONO D’AUSILIO ALL’OPERATORE DI SECURITY

Le difficoltà attentive a cui spesso è sottoposto l’operatore della sicurezza sono molteplici e si insinuano in tutte le categorie che si trovano a svolgere tale tipologia di mansione, sia per chi si occupa della parte più operativa del sistema security, come ad esempio l’operatore addetto al controllo varchi oppure alle attività di antitaccheggio, sino ad arrivare alle ingenti responsabilità a cui è chiamato il security manager di un’azienda.

Le variabili presenti nel settore della sicurezza sono molteplici e difficili da prevedere, e da queste non sono certo immuni nemmeno i professionisti che possiedono profili e curricula di alto livello, sia professionale che personale; l’attenzione profusa e lo studio degli elementi conosciuti, pur consentendo di ampliare il ventaglio strategico, lasciano comunque scoperte diverse variabili configurabili limitandone solamente i loro potenziali effetti.

Per un “addetto ai lavori” della security è importante prendere atto quanto prima dei propri limiti, di come si è soggetti ad errori percettivi e di quanto sia utile aumentare la propria consapevolezza su tale fattore; l’ambiente in cui si opera non è mai statico ma dinamico poiché in continuo divenire, e quindi occorre sviluppare la coscienza di ciò affinando le capacità di raccogliere informazioni, immagazzinarle nella memoria e di recuperarle nel modo migliore.

Grandi errori vengono effettuati a causa delle così dette “valutazioni ingenue”; queste vengono poste in essere da chiunque, in qualsiasi settore lavorativo e sociale, spesso trascinandosi al seguito errori cognitivi anche significativi. Il riferimento non è a errori di giudizio, di disattenzione o distrazione determinati da fatti esterni, bensì della presenza di vere e proprie “illusioni cognitive” che, senza una specifica colpa, ognuno utilizza mettendo in azione ciò che viene chiamato Bias ed Euristiche. I Bias, psicologicamente, possono essere paragonati ad una sorta di tunnel mentale; essi sono strettamente legati ai meccanismi cognitivi che ci portiamo dentro e sono una forma di distorsione della valutazione causata dal pregiudizio e sviluppata sulla base dell’interpretazione delle informazioni in possesso, anche se non logicamente connesse tra loro, in grado di condurre ad errori di valutazione o a mancanza di oggettività nel giudizio. Le euristiche sono stratagemmi mentali che vengono sviluppati per risolvere problemi specifici; si tratta di vere e proprie scorciatoie, spesso utili, ma molte altre volte pericolose perché forniscono la convinzione di avere preso la decisione giusta insistendo sulla stessa.

Proprio perché si tratta di meccanismi dei quali siamo in parte consapevoli, la formazione può accrescere la conoscenza di noi stessi e metterci in guardia dall’utilizzo maldestro di queste dinamiche; in merito a ciò, è evidente come il modo migliore per superare i problemi nella limitatezza e negli errori legati alla percezione della realtà sia quello di lavorare in gruppo.

La formazione al Team work diviene centrale per tutte le tipologie lavorative ma, della security, ne rappresenta un cardine imprescindibile; il gruppo è il luogo in cui le persone si scambiano informazioni sulla prevenzione di criticità o sulla risoluzione di un problema già in atto.

È del tutto evidente che all’interno di un Team work, attraverso lo scambio di considerazioni ed idee, si impari ad inserire più punti di vista durante la ricognizione del problema, sottraendosi più facilmente alla trappola delle euristiche e dei bias cognitivi, i quali spesso si trovano alla base delle falle nei sistemi di sicurezza.

In un sistema che richieda attività di security di qualsivoglia tipologia esso sia, aziendale o altro, è bene tener presente il mai obsoleto concetto dell’osservazione “dal generale al particolare”, rendendo di grande importanza non solo il monitoraggio delle macroaree, ma sopratutto l’osservazione dei dettagli, anche quelli presumibilmente insignificanti in quel dato momento.

Individuare il più velocemente possibile una dissonanza in un ambiente sottoposto a monitoraggio, come ad esempio il comportamento anomalo di un individuo o un banale problema delle tecnologie messe in campo, può ridurre i rischi e contenere l’evoluzione di una criticità inizialmente considerata sotto controllo e quindi governata.

I software e le tecnologie dedicate al monitoraggio delle dissonanze comportamentali hanno attualmente raggiunto un elevato livello di attendibilità, sviluppando algoritmi in grado di individuare ed ipotizzare eventuali comportamenti sociali degni di attenzione dal punto di vista della security e della protezione di strutture sensibili.

Nonostante l’osservazione ed il monitoraggio svolto direttamente dall’operatore siano stati prepotentemente messi in secondo piano dalla tecnologia, la quale ad oggi è in grado di fornire altilivelli di garanzia in materia di attendibilità ed efficienza, il fattore umano mantiene ancora un posto insostituibile nella “catena della sicurezza”; l’interpretazione e lo studio dei comportamenti umani inseriti in un dato contesto sono ancora la prerogativa dell’operatore di sicurezza il quale, attraverso lo studio della HUMINT ovvero Human Intelligence, sia essa acquisita attraverso l’esperienza sul campo che attraverso una formazione di alto livello, consente di prevenire criticità intuendo o mitigarne l’evoluzione qualora già in atto.

Solo un operatore ben formato o con sviluppate capacità personali sarà in grado, durante il monitoraggio, di individuare le sfumature comportamentali di un soggetto, di osservare gli elementi di un volto, movimento degli occhi, mimica facciale, sino a comprenderne i comportamenti inconsci che un soggetto con un certo grado di pericolosità sta per porre in essere.

Un operatore adeguatamente formato sull’analisi comportamentale e sul Body Language, in ambito security, sarà in grado di valutare ad esempio il grado di pericolosità di un soggetto o la sua attitudine all’aggressione, elementi di vitale importanza per potersi predisporre ad un eventuale contenimento e gestione della situazione; la conoscenza del concetto di aggressività, ad esempio, interessa non solo gli operatori della sicurezza, ma in particolar modo tutti coloro che svolgono una professione o un’attività a stretto contatto con il pubblico, tra cui le professioni sanitarie e gli impiegati pubblici in genere.

Ogni individuo comunica con il proprio corpo e, attraverso determinati atteggiamenti, inconsciamente fornisce informazioni che consentono di delineare alcuni tratti della sua personalità; questa comunicazione viaggia a livello inconscio e subliminale, ed è in virtù di questi aspetti che gli errori di valutazione della minaccia sono sempre in agguato.

L’interpretazione dei parametri non verbali dovrebbe consentirci di attivare i comportamenti più adeguati, consentendo di mettere in atto strategie e comportamenti in grado di anticipare l’evolversi della minaccia; ciò, qualora non adeguatamente supportato da formazione ed esperienza, rischia di essere superficiale, fornendo una lettura di quanto appare a prima vista troppo condizionata dalle consuetudini, le quali spesso comportano epiloghi pregiudizievoli per la sicurezza.

Il linguaggio del corpo, in chiave generale, ci fornisce molto sulla personalità dell’altro; è stato infatti stabilito come il linguaggio Verbale rappresenti solo il 7% della comunicazione, mentre il 38% di essa passi attraverso il canale Para-verbale, ovvero tono della voce, timbro, ritmo, inflessione, volume, pause e velocità: il 55% si esplicita invece attraverso il canale Non-Verbale.

Quest’ultimo canale comprende tutti i movimenti, dal corpo, al volto, agli occhi, l’atteggiamento, la prossemica, l’aspetto e la postura, ovvero tutti quegli elementi gestuali che ci parlano dell’individuo; può capitare quindi di definire aggressivo o presuntuoso qualcuno solo perché è così che lo si percepisce, verificando solo in un secondo tempo, per segnalazione di terzi o per merito dalla nostra stessa osservazione, quanto quella persona abbia senso dell’umorismo o sia degna di fiducia.

L’atteggiamento

E’ necessario innanzitutto imparare a conoscersi per evitare di incorrere in errori di valutazione, e solo successivamente si può provare a capire gli altri; vi è la necessità di tornare ad una consapevolezza di ciò che ormai è divenuto abitudine, ovvero l’atteggiamento.

In cosa si estrinseca l’atteggiamento? Essenzialmente consiste in una valutazione, in un modo di porsi rispetto ad un oggetto sociale (se stessi, altre persone, eventi, questioni, oggetti, etc.), accompagnata da un certo grado di favore o sfavore verso quella “sostanza” la quale poi influenzerà il comportamento.

Gli atteggiamenti sono quindi predittivi del comportamento; per l’operatore che svolge attività di security è assai importante riuscire a scorgere quanto prima i cosiddetti “segnali” i quali, se individuati per tempo, consentono di trovare soluzioni mitigando ed impedendo evoluzioni indesiderate.

Sono stati raggruppati alcuni esempi di segnali tra i più comuni quali, ad esempio, i segni di ostilità.

Sono quelli che si caratterizzano per una reazione affettiva in cui predomina un “sentimento” interiore negativo; l’ostilità viene manifestata attraverso segnali che, lo studioso Morris, raggruppa a loro volta in distinte categorie:

– Segnali di disinteresse

Costituiscono la forma più blanda di insulto ma anche la più irritante per chi li subisce come, ad esempio, il “far finta” di non vedere una persona: ciò mostra disprezzo seppur in maniera per così dire “educata”.

– Segnali di noia

Uno dei gesti più comuni è il finto sbadiglio oppure il fare un lungo sospiro, l’assumere un’espressione assente o il guardare ripetutamente l’orologio; con questi gesti comunichiamo il desiderio di non voler restare alla presenza di quella persona poiché non ci interessa.

– Segnali di impazienza

Essi assumono la forma di azioni locomotorie in miniatura; la punta del piede, ad esempio, che si solleva per fare il primo passo ma non va oltre e continua a ripetere il suo movimento d’intenzione: chi osserva, percepisce il desiderio del suo interlocutore di trovarsi decisamente da un’altra parte.

– Segnali di superiorità

L’esempio più classico è quello di gettare la testa all’indietro socchiudendo gli occhi¸ rappresenta il tipico gesto di chi guarda dall’alto in basso le persone, e può generare nell’interlocutore un senso di inadeguatezza o, comunque, la percezione di essere sotto esame e di essere giudicato negativamente, motivo per cui potrà provare un sentimento aggressivo proprio per difendersi da questo “attacco” alla propria persona.

– Complimenti deformati

Una risposta amichevole viene volutamente deformata per renderla offensiva; due esempi comuni sono il sorriso traverso o storto e quello a “denti stretti”: essi consistono sostanzialmente in insulti sarcastici del tipo “non badateci, è fatto così!”.

– Segnali di finta sofferenza

È la tecnica di insulto favorita da genitori ed insegnati nei confronti dei loro figli ed alunni: esagerando il loro dolore, con gesti melodrammatici quali ad esempio il battersi il petto o la testa, aggravano per implicazione le azioni che ne sono la causa.

– Segnali di derisione

Un’altra forma di minaccia ritualizzata è la derisione: si deride qualcuno ridicolizzandolo, e tutto ciò lo si fa volentieri in comune con gli altri, con lo scopo di farlo apparire inetto.

Accanto a questi segni vi sono anche quelli insultanti e di minaccia; un esempio frequente e apparentemente banale che può presentarsi davanti a chi svolge attività di security, è quello di assistere a discussioni di natura verbale tra vari soggetti.

Osservare la gestualità, in queste situazioni, è di fondamentale importanza; un’attenta osservazione del movimento delle mani è in grado di fornire informazioni ancor prima che si palesino, come ad esempio il dito puntato ad indicare un aumento della rabbia che può anche evolvere in violenza vera e propria (il dito puntato ci riconduce, a livello di linguaggio del corpo, ad un bastone, con la finalità di voler schiacciare i discorsi della controparte).

Il comportamento spaziale

L’utilizzo in modo inadeguato dello spazio che ci circonda può generare disagio, in modo particolare se questo viene posto in atto da una persona della quale non abbiamo stima o semplicemente abbiamo una limitata conoscenza; la violazione del nostro “spazio vitale” genera tensione e, qualora protratta per un tempo che si ritiene troppo lungo, può generare aggressività.

Questa è la ragione per la quale lo studio dell’ambiente fisico, in cui l’uomo vive, è molto importante; da questa osservazione etologica sono stati determinati due limiti territoriali: una distanza critica, ovvero la distanza di fuga nei rapporti fra membri di specie diverse, e una distanza personale e sociale, tipica dei rapporti con membri della stessa specie.

Analogamente si è osservato nell’agire dell’uomo individuando diverse zone spaziali: il cosiddetto territorio, inteso come quell’area che viene personalizzata e difesa dal suo proprietario, e lo spazio personale, il quale indica la zona che fisicamente circonda l’individuo.

Questi studi sono stati approfonditi dall’antropologo Hall, il quale propose il termine “prossemica” per intendere l’uso che gli individui fanno sia dello spazio sociale che di quello personale; questa “bolla invisibile” ha una dimensione che varia da cultura a cultura: la distanza che possiamo chiamare distanza intima, a causa della variabile soggettiva, è stata misurata all’incirca da 20 a 50 cm, e corrisponde in pratica alla distanza fino alla quale si può arrivare con le mani tenendo i gomiti vicini al corpo.

Solitamente è lo spazio breve che si mantiene con le persone con le quali si è in confidenza, come ad esempio gli amici più cari, per cui, se lasciamo accedere qualcuno, lo facciamo solo se abbiamo totale fiducia nella sua persona; l’aspetto della territorialità risulta, di conseguenza, di primaria importanza nello studio del comportamento aggressivo, poiché connesso all’attivazione in difesa di un’invasione del proprio spazio vitale.

L’operatore, oltre a curare la distanza di sicurezza nei confronti del soggetto individuato quale potenziale minaccia, potrà, con la giusta formazione, riuscire a notare dettagli del viso quali, ad esempio, la dilatazione o meno delle pupille; lo studio sulla dilatazione pupillare è stata svolta dal Dott. Edward H. Hess, il quale scoprì l’inconscio dilatarsi delle pupille quando l’occhio vede qualcosa di piacevole, nonché il suo restringersi nel caso opposto.

Si è potuto inoltre constatare che, attraverso un ingrandimento della pupilla, si esprime una tensione psichica intensa e, di contro, l’interlocutore al quale ci rivolgiamo spesso risponde inconsciamente con lo stesso segnale; gli occhi spesso tradiscono lo stato d’animo, e quando abbiamo impressioni negative o di repulsione, o quando nutriamo pensieri ostili, la pupilla si restringe.

La postura

Questo segnale non-verbale è involontario e difficilmente controllabile coscientemente; il portamento, il modo di muoversi e di camminare sono un libro aperto su abitudini ed attitudini, nonché sui valori che l’uomo si pone consapevolmente e su quelli che lo guidano inconsciamente.

I soggetti che riescono a distribuire correttamente il carico su entrambe le gambe assumono, di conseguenza, una posizione rilassata e diritta, venendo percepiti come individui sicuri di sé e aperti al mondo esterno; soggetti invece che, ad esempio, tengono la testa piegata verso il basso a coprire il collo, incassandola tra le spalle, comunicano di sé introversione e remissività.

Lo sbilanciamento all’indietro della testa ed il protendere la parte anteriore del torace arretrando il collo, suggeriscono d’altra parte un’immagine di accentuata sicurezza e desiderio di dominanza.

L’aspetto esteriore

L’aspetto esteriore comprende diversi elementi statici, definibili tali in quanto non modificabili a breve termine, in cui i tratti caratteristici sono la conformazione fisica e l’abbigliamento; della conformazione fisica si può individuare la corporatura, la forma del volto, il colore degli occhi ed altro ancora, mentre dell’abbigliamento si osserva tutto ciò che è legato al look: abiti, trucco, acconciatura ed accessori.

La prima fornisce informazioni generali della persona, quali ad esempio il gruppo etnico di appartenenza, l’età, il genere, lo stato di salute ed altro ancora, tutti elementi che difficilmente possono essere manipolati durante l’interazione.

Chiaramente gli elementi fisici sono i primi ad essere percepiti, dando però solamente informazioni superficiali per cui, l’operatore di security, non dovrà incorrere nell’errore di soffermarsi solo a questa prima impressione qualora, come si è detto parlando di pregiudizi, non desideri rimanere sorpreso negativamente.

La respirazione e il ritmo

Tramite il respiro il corpo assume ossigeno necessario alla produzione di energia e l’intensità dell’atto respiratorio è strettamente correlata allo stato emotivo del momento; spaventati, ad esempio, si respira bruscamente e velocemente con la finalità di generare energia, fermando il respiro all’attimo prima della decisione sulla reazione da avere.

Talvolta un atto aggressivo è preceduto da una fase di esasperazione che viene manifestata, da chi è coinvolto nella disputa, attraverso profondi sospiri d’impazienza e sguardo rivolto verso l’alto; ogni gesto ed ogni aspetto del non-verbale possono comunicare la realtà della persona con la quale ci si confronta, ovvero ciò che sostanzialmente sta sperimentando l’individuo con cui si sta interagendo.

Questa osservazione, nonché l’apprendimento della realtà dell’altro, possono senza alcun dubbio fornire informazioni sull’andamento della comunicazione, poiché non sapendo chi sia colui con il quale si interagisce, sarà necessario fare esclusivamente affidamento sugli aspetti comunicativi.

Tali segnali, se letti nel contesto situazionale e se interpretati correttamente, sono in grado di predire il comportamento di una persona specie se ci si trova già in una situazione di contrasto; non è dato sapere a priori se il pericolo possa essere minimo, se il soggetto si possa limitare alla sola offesa verbale oppure se, al crescere dell’alterco, possa superare le soglie di inibizione e passare alla fase di aggressione fisica.

Per questo motivo l’operatore dovrà essere in grado di valutare in breve tempo la situazione ponendo in essere le proprie strategie d’azione; il soggetto che esterna atteggiamenti aggressivi è incapace di comprendere il punto di vista degli altri, per cui interromperà chi parla per non dare importanza alla comunicazione altrui, tenderà a parlare velocemente e zittirà l’interlocutore monopolizzando la conversazione.

Nelle manifestazioni non-verbali la persona che tenderà ad avere un atteggiamento aggressivo si riconosce dal fatto che, durante l’interazione, ha lo sguardo fisso ed inquisitore, l’espressione del volto accigliata, la postura rigida, le mani spesso sui fianchi, il passo rapido e il tono della voce squillante.

Per consentire ad un operatore di sicurezza di muoversi con maggiori “garanzie” nei vari ambiti in cui spesso è chiamato ad intervenire, è necessario che possieda una formazione specifica in ambito psicologico e del linguaggio del corpo, unitamente a competenze operative di base quali, ad esempio, tecniche di difesa personale, tiro con armi da fuoco, guida operativa ed altro ancora.

E’ di vitale importanza mettere in pratica le tecniche di osservazione acquisite prestando attenzione a tutti i succitati elementi, osservando ad esempio la corporatura, se atletica o massiccia, alta o bassa, con spalle ricurve o diritte, notando se il passo è spedito e deciso oppure lento e calmo, e quale gestualità delle braccia e delle mani vi sia (tutti elementi utili per decidere come meglio condurre l’interazione).

Quando la persona valutata quale potenziale minaccia si troverà a distanza di sicurezza dall’operatore, l’analisi delle caratteristiche estetiche e comportamentali dovrà essere già stata effettuata in quanto, durante questo tipo di valutazioni, anche il corpo e gli atteggiamenti dell’operatore avranno parlato per se e, di conseguenza, l’impressione sulla tipologia di che tipo di soggetto sia sarà già stata data.

Davide Martinez, Stefano Scaini

Eyeswiss