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America First e la sfida siriana

America First e la sfida siriana

La dottrina dell’America First di Trump si trova a fare i conti con il complesso scenario mediorientale. L’annuncio a sorpresa del ritiro del contingente americano dalla Siria ha lasciato disorientati alleati e avversari. L’incertezza sul futuro della regione e della politica estera americana cresce.

1. BATTI E RIBATTI

Il 19 dicembre scorso Donald Trump, come oramai da manuale, ha sorpreso advisor, analisti, policy-maker e il grande pubblico annunciando via Twitter la conclusione della missione americana in Siria: «Abbiamo sconfitto ISIS in Siria, la mia unica ragione per essere lì durante la Presidenza Trump». Il giorno seguente ha spiegato più nel dettaglio le motivazioni del ritiro. Tale decisione è stata la goccia che ha spinto il segretario alla Difesa James Mattis a dare le dimissioni. Le differenze oramai presenti tra la sua visione di politica estera e quella di Trump, infatti, erano troppo numerose per continuare a servire in modo appropriato l’Amministrazione, come affermato da Mattis stesso.
All’origine della decisione di Trump sembra esserci la telefonata intercorsa il 14 dicembre con Erdogan, necessaria a causa delle rinnovate minacce del Presidente turco di attaccare le forze curde vicine agli Stati Uniti. Durante il colloquio, tuttavia, il Presidente turco avrebbe – secondo le informazioni pervenute alla stampa, ma non confermate – chiesto alla controparte americana come mai gli Stati Uniti fossero ancora in Siria nonostante la sconfitta di ISIS. A quel punto Trump, dopo aver avuto la conferma da Erdogan sulla capacità della Turchia di battere quanto resta di ISIS, avrebbe risposto: «You know what? It’s yours […] I’m leaving».

Fig. 1 – Trump ed Erdogan a Parigi

2. L’AMERICA FIRST E LA COMPLESSITÀ MEDIORIENTALE 

L’improvvisa decisione di Trump, tuttavia, non deve sorprendere. Non solo il suo approccio ostile a interventi prolungati all’estero è di vecchia data, ma già ad aprile aveva annunciato la volontà di ritirarsi al più presto. Nello stesso discorso Trump ha anche raccontato un interessante scambio occorso tra lui e un non meglio precisato vertice saudita: «Well, you know, you want us to stay? Maybe you’re going to have to pay». Questo esemplifica bene la visione trumpiana della politica internazionale. Nel caso particolare, dato che vari alleati americani – turchi, sauditi e israeliani sopra tutti – sono colpiti direttamente dalle vicende in Siria, il Presidente americano ritiene che siano loro a doversi prendere maggiormente carico di quanto avviene lì e in tutto il Levante.
La reazione di Erdogan all’improvvisa dichiarazione di Trump aiuta a comprendere la complessità e le sfaccettature mediorientali. Nonostante a lungo la Turchia abbia chiesto agli Stati Uniti di farsi da parte, consentendo così ad Ankara di colpire i curdi ora protetti da Washington, un ritiro repentino e completo delle truppe americane creerebbe non pochi grattacapi a Erdogan. La Turchia, infatti, non sembra avere gli strumenti per giocare lo stesso ruolo americano in Siria. Il Presidente turco, a tale proposito, ha ribadito – in un editoriale apparso sul New York Times – che nonostante Trump abbia ragione a uscire dalla Siria, il ritiro deve essere «pianificato attentamente e in cooperazione con i giusti partner».

Fig. 2 – John Bolton incontra il primo ministro israeliano Netanyahu durante la sua visita in Israele (6 gennaio 2019)

3. SCENARI FUTURI

Il ritiro americano avverrà probabilmente in modo più lento rispetto alla volontà del Presidente. Innanzitutto ci sono questioni logistiche non aggirabili. Per compiere un ordinato ritiro di 2mila uomini, infatti, occorrono settimane. Oltre a questo, gli Stati Uniti, tramite il National Security Advisor John Bolton, hanno fatto sapere che non si ritireranno prima della completa eliminazione di ISIS e dell’assicurazione turca di non attaccare i curdi. Le condizioni poste hanno notevolmente indispettito Erdogan, che non sembra pronto a fare alcuna promessa. Tutto ciò potrebbe forzare gli Stati Uniti a stare sul terreno per svariati mesi ancora, cosa che, però, il Presidente americano sembra poco intenzionato a fare. A conferma di ciò, il ritiro del contingente americano è già iniziato, anche se non è dato sapere se, per ora, riguardi tutte le truppe, una parte di esse o solo una parte dell’equipaggiamento. Per la Turchia, comunque, ora si apre uno scenario carico di incertezza. I curdi sanno di aver bisogno di uno sponsor per sopravvivere. Assenti gli USA, potrebbero rivolgersi ad Assad e ai suoi alleati Russia e Iran, come testimoniato dal fatto che i curdi hanno accelerato le procedure per trovare un accordo con il regime siriano: forse un preludio di quanto potrebbe avvenire nei prossimi mesi.
Difficile comunque che Washington non resti interessata alle questioni siriane anche dopo il ritiro: come comunicato da Bolton, infatti, la politica verso la Siria non cambia. In particolare, qualsiasi ulteriore utilizzo di armi chimiche vedrà una dura risposta americana.il
Infine l’accelerazione trumpiana può essere letta anche sotto un’altra angolazione. Uno dei cavalli di battaglia di Trump, infatti, è la volontà di far contribuire maggiormente gli alleati al mantenimento della sicurezza collettiva. Pompeo, parlando all’Università americana del Cairo, ha rimarcato il desiderio di Washington in tale senso: «Ci aspettiamo che i nostri partner facciano di più». A questo proposito sembra che le richieste dell’Amministrazione Trump non stiano cadendo nel vuoto. Secondo indiscrezioni, infatti, i vertici delle intelligence di Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Egitto e Israele si sarebbero incontrati non molte settimane fa per discutere di una possibile collaborazione più stretta nella regione. Nel mirino non ci sarebbe solo l’Iran, ma anche la Turchia stessa. La matassa mediorientale è destinata a rimanere decisamente ingarbugliata.

Simone Zuccarelli