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Africa Jihad

Africa Jihad

La stabilizzazione politica della Libia e la messa in sicurezza dell’enorme territorio che la compone, è uno dei temi più discussi tra i tavoli dei governanti europei, con l’Italia in prima fila. Poche sono le certezze sul destino della Libia, ma sul fatto che l’intervento militare si aggiunga ad altre folli avventure occidentali nessuno ha più dubbi.

Con il crollo dello Stato libico è emerso il fenomeno della presenza dei gruppi armati salafiti, maestri a inserirsi nelle dinamiche dei paesi che vivono momenti di crisi politico-istituzionale, e i cui leader pseudo-religiosi sanno come intercettare il malcontento e la rabbia che cova in molti cittadini traditi dai regimi corrotti.

In ogni caso, sull’intervento militare del marzo 2011 il politologo ed esperto di strategia militare americano Edward Luttwak, racconta come a far cambiare idea in una notte al presidente Obama, che aveva deciso di non intervenire contro Gheddaffi, furono “le tre terribili donne”: Hillary Clinton, all’epoca Segretario di Stato; Susan Rice, Consigliere per la sicurezza nazionale; e Samantha Power, Rappresentante USA alle Nazioni Unite.

Obama disse in televisione che gli americani non sarebbero intervenuti, ma già la mattina dopo ci svegliammo con la guerra in Libia. Luttwak racconta: «Le agenzie di intelligence americane erano contrarie all’intervento e chiesero consiglio agli italiani, che sono gli unici che capiscono qualcosa di quel paese. Si sentirono dire che sì Gheddafi era un personaggio orribile, ma rimuoverlo con la forza avrebbe creato solo il caos. Invece di ascoltarli, il governo americano credette alla falsa teoria secondo cui se rimuovi un dittatore, si sprigiona la democrazia. L’unica cosa che accade invece è che, tolto un dittatore, c’è solo il caos. Così si spiega il disastro della Libia».

Nel 2016, Obama scaricò sui partener europei la responsabilità degli eventi: «Quando mi guardo indietro e mi chiedo cosa sia stato fatto di sbagliato, mi posso criticare per avere avuto troppa fiducia nel fatto che gli europei, vista la vicinanza con la Libia, si sarebbero impegnati di più con il follow-up. Invece, dopo aver spinto per la rimozione di Gheddafi, soprattutto Cameron e Sarkozy, in qualche modo trascurarono quello che venne dopo».

Con la disgregazione, a partire dal 2012 sono emersi diversi gruppi jihadisti: Majlis Shura Shabab al-Islam (Consiglio della Shura dei giovani islamici), Ansar al-Sharia, Abu Obayda bin al-Jarah, le brigate Malik, i Martiri del 17 Febbraio. Tutti aderenti allo Stato Islamico o di obbedienza qaedista. Sono loro ad aver provato a creare tre provincie del Califfato: Wilayat Barqa (Cirenaica), Wilayat Tarabulus (Tripoli) e Wilayat Fezzan (Fezzan). Così come sono sempre loro ad aver sferrato l’attacco al consolato americano di Bengasi l’11 settembre 2012, che uccise quattro persone tra cui l’ambasciatore Chris Stevens.

Il califfo Abu Bakr Al Baghdadi ci aveva visto lungo sulla Libia, tanto che fece stampare un documento dal titolo Libia, una porta strategica di accesso per lo Stato Islamico. Nel testo, c’era l’invito a voler far crescere l’ISIS in Nord Africa, descritta come un magazzino di armi a cielo aperto del defunto esercito libico, senza trascurare le risorse energetiche attraverso cui finanziare il Jihad. Ma il passaggio più rilevante resta quello che descrive la posizione geostrategica della Libia, come porta d’ingresso all’Europa.

Con la caduta delle due capitali dell’ISIS, Mosul e Raqqa, i media ci hanno convinto che la guerra è finita. La realtà invece è che lo Stato Islamico è ancora presente e sta rimontando posizioni tanto in Africa quanto in Medio Oriente. L’Europa si compiace del fatto che, per il momento, non si registrino più attentati. Ma l’emergenza non è finita. Decine di attentati sventati nel continente confermano che il fenomeno non sta scomparendo. Si respira in Europa un’aria simile a quella che precedette l’11 settembre 2001: ognuno pensa per sé mettendo in campo contro il jihadismo la strategia che preferisce, in alcuni casi nascondendo la polvere sotto il tappeto. C’è persino chi vede nei foreign fighters di ritorno dei «pentiti che una volta de-radicalizzati potranno dare un importante contributo nella lotta al terrorismo». Un altro tragico errore.

Articolo pubblicato sul numero 1 di Babilon

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