Seleziona Pagina

Afghanistan, l’impero dell’oppio nel 2017

Afghanistan, l’impero dell’oppio nel 2017

Continua a crescere la produzione di oppio in Afghanistan. Secondo il rapporto annuale dell’Ufficio delle Nazioni Unite contro il traffico di droga e la criminalità organizzata (UNDOC), presentato il 15 novembre a Kabul, si è passati da 4.800 tonnellate nel 2016 a 9.000 nel 2017 per un incremento dell’87%. Un business enorme saldamente nelle mani dei Talebani e di  altri gruppi tribali, spesso legati ai signori della guerra locali.

Da molti anni l’Afghanistan ha soppiantato nella produzione di oppio il cosiddetto triangolo d’oro: Thailandia, Laos e Birmania, dove rimane la restante parte della produzione eccettuate alcune produzioni in Messico e nelle aree mediorientali oggi controllate dallo Stato Islamico.

Le province afghane dove è maggiore la coltivazione sono quelle del Sud e dell’Ovest, cioè quelle dove è debole il controllo delle truppe NATO, anche se circa 220 ettari coltivati a papavero sono presenti proprio nella provincia della capitale Kabul. Mediamente, da ogni ettaro si possono ricavare fino a 15 o anche 20 chili di oppio nelle annate buone.

La redditività della produzione – raddoppiata da 4.900 a 10.700 dollari per acro a seguito dell’aumento del prezzo dell’oppio, triplicato dal 2009 a oggi – ha portato negli ultimi anni sempre più contadini a scegliere la produzione del papavero, con un incremento dell’area coltivata del 7% (ma le piantagioni sono aumentate del 36% negli ultimi dodici anni), nonostante l’eradicazione delle piantagioni del 3% operata sotto direzione dell’UNODOC. Del resto, il papavero essiccato porta mediamente ai coltivatori 240 euro al chilo, quando un chilo di fagioli garantisce un guadagno di appena 2 euro.

Gli ettari coltivati in Afghanistan sono così aumentati dai 123mila del 2010 ai 209mila del 2013, anno record in cui la produzione è stata la maggiore di tutti i tempi, portando la produzione a inglobare altre tre province finora “poppy free”, ovvero libere da papaveri: il tasso di aumento più sensibile si è registrato in quella di Nangarhar. A contribuire a questa impennata, negli anni vi è stato anche un aumento della redditività dei terreni, che ha portato il totale della produzione annuale a circa 5.800 tonnellate. L’equivalente, una volta raffinato l’oppio, di circa 600 tonnellate di eroina.

 

 

 

Oggi l’oppio contribuisce al PIL afghano con 16,34 miliardi di dollari, su un totale di 27,36 pari al 60%. Quello del papavero è praticamente l’unica industria nazionale in Afghanistan, diventato a tutti gli effetti un narcostato.

Se l’Afghanistan in passato era solo un paese esportatore, con l’arrivo dei Talebani è divenuto anche raffinatore dell’oppio grezzo in eroina, grazie a laboratori dove lavorano i migliori “chimici” del settore, soprattutto turchi e iraniani. Mentre l’anidride acetica utilizzata per la sintesi dell’eroina è fornita da Europa (Francia, Germania), Russia e Cina. Questi laboratori raffinano oggi la quasi totalità dell’oppio prodotto e producono quindi la quasi totalità dell’eroina poi immessa nel mercato.

Una volta prodotta, l’eroina giunge sui mercati di destinazione per varie vie di contrabbando. E per ogni paese dove transita produce un aumento esponenziale della tossicodipendenza e dell’HIV, nonché della criminalità (solo in Afghanistan, nel 2012 i consumatori regolari di droga si aggiravano intorno a 1,3 milioni su una popolazione di 23 milioni). Data la natura tribale del potere e della divisione del territorio in Afghanistan, ogni transito di droga è gestito da tribù locali. Le più potenti sono gli Afridi che controllano il Passo del Khyber, attraverso cui scorre una vera e propria “drug pipeline”. Come ogni altra merce, l’eroina è soggetta alla spartizione del guadagno lungo la strada dalla produzione al consumo. Le principali vie d’uscita della droga dall’Afghanistan sono a Nord, a Ovest e a Sud.

La via del Nord passa per i tre paesi centro-asiatici confinanti: Turkmenistan, Uzbekistan e Tajikistan. Quando si sono liberate le frontiere alla caduta dell’Impero sovietico, è stata prontamente ripristinata l’antica via della seta per il transito di una merce assai più preziosa. La stima della quantità di droga afghana che transita su questa via è approssimata tra un 50% e un 60% del totale. Non c’è però dubbio che il passaggio stia crescendo d’importanza.

Il Tajikistan dalla fine dell’Unione Sovietica prima e dalla guerra civile del 1992-1997 poi, è divenuto per l’impervietà del territorio, la miseria della popolazione, la scarsa forza e presenza dello Stato, il principale corridoio verso l’emergente mercato russo e il tradizionale mercato europeo. Dal distretto di Ishkashim attraverso il fiume Amu Darya, piegando per la città di transito di Chorug per la sola grande strada dalla provincia di Badakhshoni Kuhi che porta fino a Os e alla Ferghana Valley in Kirghizistan: la droga afghana può da lì andare a Ovest, verso il Mar Caspio, l’Azerbaijan e la Georgia. O a Nord, attraversando il Kazakhstan verso la Russia dove nel 1999 è giunta fino a Novosibirsk e Irkutsk, in Siberia. Anche il Turkmenistan è divenuto uno dei maggiori passaggi per gli oppiacei afghani: la maggior parte dei sequestri sono avvenuti a Kushka, principale posto di frontiera tra i due paesi.

 

 

La Via del Sud era considerata la via principale fino a che non è cresciuta quella del Nord, transita per il Pakistan attraverso i 1.200 chilometri di frontiera del Baluchistan con due delle province afghane a maggior produzione di eroina, Helmand e Kandahar. Dal Pakistan raggiunge la Cina via terra, mentre arriva in Africa, Oceania e America via mare (ma anche via area dall’aeroporto di Karachi). Un’altra parte percorre via mare la Costa Arabica, per l’Iran e la Turchia, e da lì raggiunge il mercato europeo. Punto di snodo fondamentale della “golden route” della droga è la città di Mand, nella regione del Baluchistan che affaccia sul Mar Arabico, e a meno di venti chilometri dal confine con l’Iran.

La Via dell’Ovest è quella verso l’Iran. Offre infinite possibilità d’infiltrazione per il lungo e doppio confine con Afghanistan e Pakistan, e per gli oltre duemila chilo- metri di coste. Una porzione della droga si ferma nel paese per il consumo interno ma la maggior parte prosegue per la Turchia, passaggio obbligato per giungere in Europa. Due vie minori portano in Africa: dal Nord della penisola arabica all’Egitto, attraverso il Golfo Persico e risalendo verso il Mar Rosso. Le province orientali turche dell’Hakkari, del Van e di Igdir, confinanti con la provincia iraniana dell’Azerbaycan-e-Khavari, sono punto principale di transito della droga verso Ovest: da Istanbul per l’Europa centrale, e verso il Nord dell’Anatolia per arri- vare in Ucraina e Russia.

Il sud Italia, l’Albania, la Serbia e il Montenegro sono le ultime tappe della rotta balcanica per lo smistamento in Europa di una quantità di eroina pari al 30% di quella prodotta in Afghanistan. La quantità di droga di passaggio dalla Turchia è tale che il suo flusso è controllato da qual- cosa come 140 gruppi criminali. La mafia turca, anche per le ramificazioni nei paesi ove vi è emigrazione dal paese, è il principale network internazionale del traffico di oppio.

Data l’enorme quantità di denaro mosso dal traffico di eroina, e quindi la sua forte capacità di corruzione, la sua repressione non è lineare. Nell’importante snodo di Mand in Baluchistan, ad esempio, il ras locale – Imam Deen, primo tra i ricercati dalla narcotici pakistana – si muoveva tranquillamente in città, così come nella capitale Quetta, dove era solito intrattenersi per gestire i necessari appoggi politici. Una storia che ricorda da vicino quella dei narcos sudamericani.

In Afghanistan, secondo il rapporto UNODC, i Talebani pretendono dai contadini una tassa del 5% del ricavato totale dell’oppio prodotto nei loro territori (che corrisponde a oltre un quarto del totale dei loro finanziamenti, che provengono soprattutto da donazioni dal mondo musulmano), mentre ai produttori va circa il 20%. Il restante 75% è spartito tra funzionari di governo, polizia, media- tori e trafficanti locali, ma soprattutto signori della guerra e milizie locali.

Nel magma di forze anti-talebane supportate dalla NATO, nessuna è immune dal prendere parte al traffico di droga. L’Afghanistan è un tutt’uno inestricabile con l’eroina, tanto che le forze NATO anti-talebani sono spesso costrette, per ottenere la collaborazione dei contadini, ad affiggere cartelli in cui dichiarano di non voler distruggere le piantagioni di papavero, così come era sta- to stabilito e fatto (inutilmente) in precedenza dall’Amministrazione statunitense in seguito all’invasione del paese.

Tra i vari signori della guerra, una figura preminente è quella del generale Nazri Mahmad: oltre a controllare una porzione significante di territorio coltivato a oppio, ha ottenuto persino un contratto per provvedere alla sicurezza del Team di Ricostruzione Provinciale te- desco (PRT), che operava nel contesto della ricostruzione del paese promossa dall’Occidente. Significativo, nel contesto dell’ambiguo contrasto al narcotraffico afghano, che dal 2006 non si siano più avute importanti con- danne per grandi trafficanti di droga: i processi, infatti, non giungono a termine per ragioni di corruzione o per interventi dall’alto dell’apparato governativo. È così che da allora tanto i signori della guerra, quanti i capi tribali e i ras locali, sono divenuti praticamente immuni alle pene detentive.

Salva

Salva

Salva

Salva