Land of Hope and Glory

Land of Hope and Glory

Chiunque conosca la storia d’Europa e ami la democrazia non può che essere triste nel vedere il lento disfacimento della Gran Bretagna. Il problema non è tanto la sua uscita dalla Ue quanto il modo in cui vi è arrivata, il suo caotico viaggio verso l’uscita, la tremenda mediocrità della sua classe politica. A cominciare dalla leggerezza con la quale nel 2016 David Cameron condusse il paese verso un referendum che era un appuntamento con la storia.

E’ una stagione triste nella produzione delle leadership in Occidente: Donald Trump a Washington, Jean-Claude Juncker a Bruxelles; a Berlino Angela Merkel è vicina al crepuscolo e a Parigi dopo aver tanto illuso, Emmanuel Macron si sta sciogliendo come neve a primavera. A Roma ci siamo più modestamente limitati a passare da un rodomonte di centro-sinistra a uno di destra-destra.

Ma lo spettacolo che Londra – il suo parlamento! – ha offerto, è stato tristemente umiliante per il decoro della democrazia liberale: mortificata da un voto schiacciante contro il suo accordo con la Ue, il giorno dopo Theresa May è stata salvata dagli stessi colleghi conservatori che poche ore prima l’avevano sbeffeggiata. Dovrebbe confortarci vedere che anche nella più antica delle democrazie alla fine i deputati tengono alla poltrona quanto i colleghi italiani: tutto il mondo è paese ma nella tristezza, al ribasso.

Mi dispiace ma non mi scandalizza che la Gran Bretagna esca dalla Ue. Spero che paghi un prezzo economico molto pesante: non perché siano puniti gli inglesi ma perché sia provata la validità del modello comunitario del quale sono un entusiasta sostenitore, sebbene pensi che vada rifondato. Ma se i britannici se ne vogliono andare, fatti loro.

Per rendere meno pesante il dramma che per colpa loro sta vivendo l’Europa e la democrazia liberale, vi propongo uno svago. Indovinate che ha detto questa frase: “Questo è il nostro più grade momento come nazione, quando possiamo riformulare noi stessi in modo diverso, quando sulla scena mondiale possiamo realmente giocare il ruolo che il mondo si aspetta di vederci giocare”. Forse Lord North quando da premier nel 1776 perse le colonie americane? Magari Wellington quando vinse a Waterloo nel 1815 e si disegnò l’Europa post-napoleonica? O il conte Gray che nel 1832 abolì la schiavitù? No. Aggiungo un elemento della dichiarazione che avevo omesso: “Il nostro più grande momento come nazione dalla fine della Seconda guerra mondiale…” . A questo punto non si può che pensare a un passaggio del famoso Discorso di Fulton sulla Guerra fredda, Winston Churchill, 1946: “Da Stettino a Trieste una cortina di ferro è scesa sul nostro continente…”.

Ancora no. La frase è di un carneade, l’attuale ministro della Difesa Gavin Williamson, mentre tentava di dare una visione grandiosa della Gran Bretagna dopo Brexit: il ritorno alle colonie. Cioè a quel che ne resta, il Commonwealth. Come ha detto alla BBC un alto funzionario tory del Foreign Office, un “Empire 2.0”. Il mese scorso il conservatore Sunday Times era stato più chiaro: “Un popolo che nella sua memoria ancora viva ha governato un quarto del globo e un quinto della sua popolazione, è sicuramente capace di governarsi senza Bruxelles”. Come no: da Cameroon, a Theresa May e Boris Johnson, passando per il trozkista Jeremy Corbin, dalle tendenze antisemite e leader dell’opposizione laburista.

E’ vero che il colonialismo britannico è stato meno peggio di quello belga, francese, tedesco e italiano: da dove ha smobilitato spesso sono nate democrazie. Possiamo anche riconoscere che questo rigurgito di “Rule Britannia” o di edgardiano “Land of Hope and Glory, Mother of the Free”, è molto meno pericoloso delle ambizioni neo-ottomane di Erdogan. Ma ammettiamolo: fa ridere, è una prova ulteriore del grande disorientamento della classe politica inglese. In Gran Bretagna arriva l’1% delle esportazioni dell’Australia, gioiello del Commonwealth. E gli altri gioielli della Corona? il Canada guarda agli Stati Uniti; e sono gli indiani che si comprano le industrie inglesi, non viceversa. “Trentadue paesi del Commonwealth, soprattutto in Africa e nei Caraibi”, scrive il Financial Times, “sono garantiti da accordi di libero scambio con la Ue. Quasi tutti i loro prodotti hanno un accesso gratuito” nella comunità di mezzo miliardo di europei. Quando la Gran Bretagna ne uscirà, questi 32 paesi dovranno pagare 800 milioni di dollari l’anno di balzelli per avere accesso al mercato inglese.

Lo faranno? Sarebbe comunque giusto ricordare un’ultima cosa ai ministri inglesi che invocano il ritorno alla “Rule Britannia”. Nessuna entità politica quanto l’impero britannico, in questi duecento anni ha creato quella globalizzazione che Brexit oggi ripudia. “Land of Hope and Glory, Mother of the Free…”.

Ugo Tramballi

articolo pubblicato su IlSole24Ore

 

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