Gerusalemme capitale. L’esempio di Roma

Gerusalemme capitale. L’esempio di Roma

Quando, nel maggio 1860 i Mille guidati da Giuseppe Garibaldi fecero rotta per la Sicilia, il compimento dell’unificazione d’Italia era diventato solo una questione di tempo. Nel 1861, come noto, il nostro paese fu difatti unificato sotto la regia di Casa Savoia, e lo Stivale per la prima volta nella storia divenne un’unica entità nota come Regno d’Italia. La sua capitale rimase la Torino dei Savoia e per un breve periodo lo fu anche Firenze, in attesa che i territori del Lazio e in particolare la città di Roma, culla della civiltà e della nostra storia comune, fossero liberate manu militari dalle truppe che ancora difendevano lo Stato Pontificio. Per un decennio, perciò l’Italia rimase unita, però orfana di Roma capitale.

Assecondando il desiderio di quanti vedevano nella Città Eterna il compimento definitivo dell’unificazione, iniziò così un processo politico, diplomatico e culturale che si può riassumere nei due concetti espressi all’epoca per garantire una “libera Chiesa in libero Stato”, salvaguardando cioè il papa e la religione cattolica, ma al tempo stesso fare di Roma la capitale a qualunque costo, alla stregua del motto garibaldino “o Roma o morte”.

Quando, infine, nel 1870 i bersaglieri spararono centinaia di cannonate contro le mura difensive della città riuscendo ad aprire una breccia a Porta Pia, poterono penetrare nel cuore della città e completare la presa di Roma. L’attuale capitale d’Italia, dunque, fu conquistata con la forza delle armi e al suono dei cannoni.

Ora, anche gli israeliani nel 1948 vinsero la guerra che portò all’istituzione dello Stato d’Israele e in quel contesto conquistarono una parte di Gerusalemme, città sacra anche agli ebrei e loro bacino storico. Successivamente, nel 1967, con la Guerra dei Sei Giorni conquistarono (anche in questo caso a cannonate) l’intera città e ne presero il definitivo controllo. A conflitto finito, fu poi varata dal parlamento la “legge sulla protezione dei luoghi santi” per garantire la salvaguardia dei luoghi sacri a tutti i fedeli delle tre religioni monoteiste, senza tuttavia dimenticare l’obiettivo di fare della città la capitale dello stato. Cosa che ci porta all’oggi.

Se insomma Roma è il risultato di un bottino di guerra strappato con la forza a un governo legittimo per diventare la capitale d’Italia, Gerusalemme ha seguito un simile iter e dunque ha il medesimo diritto di essere capitale in forza della chiara vittoria ottenuta contro Egitto, Siria e Giordania che, peraltro, non desiderano esattamente rivendicarla a sé. Così come il Vaticano non ha preteso a oltranza che la capitale d’Italia fosse altra rispetto a Roma (peraltro, gli organi di governo israeliani si trovano già a Gerusalemme da lungo tempo).

La guerra che oggi definiremmo di aggressione portata avanti dal Piemonte contro la Roma protetta dai francesi, dove lo stato della Chiesa aveva ambasciate e ambasciatori degli altri paesi, non differisce poi molto dalla guerra vinta da Israele che le ha portato in dote una Gerusalemme pluriconfessionale.

Cos’è mai questa morale a geometrie variabili tale per cui non debbono valere per Gerusalemme come per Roma gli stessi diritti acquisiti? Sarebbe il caso di ricordare che la storia non ha scadenze. E che il passato ci serve per leggere il presente, senza ogni volta mettere i paraocchi di fronte alla realtà, che si rivelano utili solo alla propaganda. Se lo avesse proposto Barack Obama, forse oggi non avremmo avuto questo choc e questa resistenza a riconoscere l’ovvio. Ma è stato Donald Trump a dirlo e, perciò, va biasimato a priori.

Si deve però precisare che la decisione americana di riconoscere Gerusalemme come capitale non è affatto di Donald Trump, ma è stata sancita dal Gerusalem Act nel 1995. Un atto con il quale il Congresso americano ha deciso da oltre vent’anni di trasferire nella città santa la propria ambasciata. Soltanto che da allora con un trucco burocratico, l’applicazione del Gerusalem Act è stato rimandato di sei mesi in sei mesi, sino a che Trump non ha rimediato a una mala gestione delle scadenze sancite dalla legge.

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