Cosa dobbiamo aspettarci dopo l’attentato di Strasburgo? Intervista al Generale Giorgio Battisti

Cosa dobbiamo aspettarci dopo l’attentato di Strasburgo? Intervista al Generale Giorgio Battisti

Il Generale di Corpo d’Armata Ausiliaria Giorgio Battisti, Ufficiale di Artiglieria da Montagna, ha espletato incarichi di comando nelle Brigate Alpine Taurinense, Tridentina e Julia, ricoprendo diversi ruoli anche allo Stato Maggiore dell’Esercito. Ha partecipato alle operazioni in Somalia, Bosnia e in Afghanistan, terminando il servizio attivo nel 2016. Ecco un suo giudizio sull’attentato ai mercatini di Natale di Strasburgo e, più in generale, sul possibile rischio di una nuova ondata di attacchi nel cuore dell’Europa.

Quali sono le sue considerazioni sull’ultimo attentato di Strasburgo?

Su questo attentato si sono già espressi in molti sia in Italia sia all’estero, formulando valutazioni non sempre convergenti, per cui appare difficile non ripetersi ed esprimere considerazioni che non risultino ovvie o di pubblica conoscenza. L’attacco dell’11 dicembre ai mercatini di Natale di Strasburgo ha segnato il ritorno del terrorismo islamico sul Vecchio Continente, che sembrava essere sensibilmente diminuito nel corso dell’ultimo anno (il numero degli attentati portati a termine è passato dai 20 del 2017 ai 7 del 2018, includendo quello di Strasburgo). Questo evento merita, a mio avviso, alcune considerazioni.

Quali?

La prima, che la minaccia jihadista è ancora viva e immanente, sebbene di livello qualitativo inferiore rispetto agli attacchi del passato (come quello del Bataclan del 13 novembre 2015), per la perdita da parte del cosiddetto Stato Islamico, con la sostanziale contrazione territoriale in Siria e in Iraq, delle proprie capacità operative di pianificare, organizzare e coordinare le azioni a livello transnazionale, tramite anche l’invio di professionisti esperti nel maneggio delle armi e degli esplosivi. La seconda, la conferma dell’emergere in Occidente di una minaccia terroristica post – Daesh proveniente da nuovi attori quali gli emulatori (copycat), le donne e, soprattutto, i gangster (giovani con un passato criminale). Non a caso una “locandina” di propaganda jihadista si rivolge a quest’ultimi: “a volte le persone con i peggiori passati creano i futuri migliori”. Non è una novità che in Europa siano presenti migliaia di simpatizzanti jihadisti, con una maggiore concentrazione in Belgio, Francia, Germania e Regno Unito, che si limitano a sostenere la causa a parole, on-line, all’interno delle comunità di riferimento e in carcere. Tra questi, una minoranza a un certo punto, per vari motivi, si esalta e spinta da motivazioni autonome o ispirata dalla rete decide di passare all’azione come è accaduto a Strasburgo (e come sembrava volesse fare il somalo arrestato in questi giorni a Bari). Uno dei primi casi del genere è avvenuto a Milano il 12 ottobre 2009, quando un ingegnere libico, tale Mohammed Game, si è fatto esplodere con una bomba artigianale (due chili di nitrato di ammonio) all’ingresso della Caserma dell’Esercito “Santa Barbara”. La motivazione del gesto era dovuta, secondo le indagini, alla presenza dei militari italiani in Afghanistan, alcuni dei quali erano partiti da quella caserma. La terza, nonostante ogni evento abbia protagonisti con connotazioni diverse, riguarda la possibilità di tracciare un profilo tipo delle caratteristiche di questa categoria di attentatori. Individui socialmente isolati e influenzati dalla ideologia e dalla religione (anche se connessi con altri estremisti/terroristi con i social media), nati e cresciuti nel nostro Continente, che odiano e disprezzano il mondo Occidentale pur non disdegnandone lo stile di vita. Terroristi homegrown con un passato spesso di delinquenti comuni e di trascorsi in carcere, non addestrati e per questo imprevedibili nelle azioni e con contatti con la criminalità locale. Legami, nel caso di Strasburgo, che potrebbero aver permesso a Cherif Checatt di recuperare un’arma da fuoco (pistola) in quanto in Europa, a differenza degli Stati Uniti, non è facile poter reperire con facilità un’arma. Nel recente passato, infatti, gli attentati sono stati condotti con coltelli e automezzi lanciati contro la folla (il cosiddetto ramming). Un’ultima considerazione, sulla quale è opportuno riflettere bene, riguarda la “copertura” che ha avuto Checatt dopo l’azione da parte degli abitanti del suo quartiere, dove si nascondeva quando è stato eliminato dalle forze di sicurezza.

Come è possibile che un soggetto radicalizzato, schedato e conosciuto dalle autorità abbia potuto fare tutto questo?

Cherif Chekatt era un cosiddetto “fiche S”, schedato nel dossier Sureté d’Etat dal 2016 come elemento sospettato di rappresentare una minaccia per la sicurezza dello stato.

Il numero di persone in Francia, secondo i dati del Ministero dell’Interno, schedate nello stesso modo sono oltre 20.000. Per monitorare questi individui ininterrottamente, giorno e notte, e distribuiti su tutto il territorio francese, servirebbe un dispositivo di controllo difficilmente realizzabile, sia per i limiti operativi (almeno 10 uomini e donne costantemente dedicati a ogni sospetto) sia per un sistema giudiziario nazionale forse eccessivamente improntato al garantismo.

Qual è il suo giudizio sull’operazione “Sentinelle” che prevede i militari nelle strade di tutta la Francia?

L’Operazione “Sentinelle”, come l’analoga “Strade Sicure” in Italia, rappresenta la risposta ultima dello Stato nei confronti di una minaccia estremamente violenta che mira a creare un clima di insicurezza e di terrore attraverso la condotta di azioni fisiche e psicologiche, colpendo i luoghi di aggregazione quotidiana. L’impiego dei militari francesi – circa 7.000 – in attività di pattuglie appiedate (prevalentemente) e motorizzate persegue un compito prevalentemente di deterrenza sul territorio e mira ad accrescere la percezione di sicurezza nella popolazione. Tale operazione, come l’analoga in Italia, deve avvenire nel contesto di un intervento più ampio e coordinato da parte delle Istituzioni interessate, che preveda chiare disposizioni operative che consentano d’intervenire efficacemente a tutela sia della propria sicurezza sia di quella dei cittadini; altrimenti risulterà l’ennesimo spot mediatico!

Lei è stato in aree di guerra per molti anni, può spiegarci dove e come nasce questo odio contro l’Occidente?

Ho avuto modo di sostare e viaggiare in molti Paesi mussulmani durante la mia lunga carriera militare e raramente ho riscontrato tra le popolazioni locali un sentimento di odio nei nostri confronti. Ho notato curiosità, desiderio di conoscere, indifferenza e distacco verso di noi, in quanto rappresentanti di una cultura (tradizioni, valori religiosi, comportamenti) sostanzialmente diversa, unita talvolta a una forma di critica (se non disprezzo) per le immagini che i mezzi di comunicazione riportano dei nostri costumi (troppo libertini) e del nostro sistema sociale (uno degli effetti della globalizzazione). Tra l’altro, alcuni dei miei più cari amici, che considero come fratelli, sono Afghani e di religione mussulmana. L’odio per l’Occidente, a mio avviso, è il risultato di un contatto secolare – non sempre pacifico – di differenti culture tra il mondo cristiano e quello islamico. Un confronto/scontro che ha origine nel VII secolo d.C. con l’emergere dell’Islam ed è proseguito sino alla fine del XIX secolo attraverso un susseguirsi di cruenti conflitti tra due realtà di vita completamente diverse. Non a caso Daesh intendeva (e intende) creare il califfato universale sui limes dell’espansione arabo/mussulmana in Europa e in Asia. Motivazioni riprese recentemente dalle organizzazioni islamiche più estremiste per rivolgere la loro azione violenta contro l’Occidente.

È davvero tutta colpa nostra?

Non ritengo che la colpa di questa situazione conflittuale che si trascina oramai da decenni sia solo colpa dell’Occidente. Indubbiamente comportamenti da parte nostra non sempre leali e corretti nei confronti del mondo mussulmano hanno contribuito a far nascere motivi di rivalsa verso il mondo cristiano. Non occorre dimenticare, inoltre, che l’incontro tra diverse culture è (almeno inizialmente) sempre violento con conseguenze che si ripercuotono per secoli (i Balcani ne sono un esempio). Da sottolineare, infine, che alcuni governi islamici, per distogliere l’attenzione sulla loro scarsa governance, hanno in passato indirizzato le rivendicazioni sociali e il malcontento della propria popolazione verso l’Occidente accusandolo di essere il motivo delle loro precarie condizioni di vita.

Ritiene che le ondate migratorie siano pericolose per la sicurezza europea e come fermarle?

Tranne che per i benpensanti, non è una novità che i flussi migratori siano un “veicolo” per agevolare l’ingresso di terroristi islamici (o potenziali tali) in Europa. Il Ministro dell’Interno pro-tempore, On. Marco Minniti, aveva già evidenziato il nesso nel 2017. INTERPOL, EUROPOL e FRONTEX hanno a più riprese riportato questo legame tra criminalità dedita al traffico di esseri umani e terrorismo. Emblematico è il caso del terrorista tunisino Anis Amri (arrivato illegalmente in Italia), autore della strage al mercatino di Natale di Berlino, ucciso a Sesto San Giovanni (MI) il 23 dicembre del 2016, che aveva trovato supporto e protezione da alcuni connazionali residenti tra Napoli, Caserta e Casal di Principe, e dove aveva anche ricevuto il passaporto falso per recarsi in Germania.

Hai mai avuto concretamente paura di morire? Se si può raccontarci come è andata?

La paura (di morire) è uno stato emotivo che accompagna ogni soldato, con il quale si deve convivere in ogni momento per i rischi associati alle attività del mestiere delle armi. Questa consapevolezza contribuisce a rendere il militare sempre vigile, pronto a reagire a ogni minaccia che si presenti. Nel mio caso sono state diverse le situazioni (potenzialmente) a rischio sin dalla mia prima missione in Somalia nel 1993. Dal rischio di esser colpiti da un RPG 7 mente si sorvola in elicottero a bassa quota un’area abitata a Mogadiscio o a Kabul o si attraversa un canalone dalle ripide pareti, alla possibilità di essere un obiettivo di un’autobomba percorrendo una rotabile trafficata in Afghanistan. Tuttavia, senza voler assolutamente passare per un temerario o per un incosciente, col tempo si genera una sorta di assuefazione verso questa emozione, confidando nel proprio equipaggiamento, nella preparazione dei propri uomini e, come affermava Napoleone, in un pizzico di fortuna.

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